Ospitiamo oggi l’arch. Roberto Loggia con una riflessione sulle professioni tecniche

“Ripensare al giorno della propria laurea suscita sempre una certa emozione, non tanto per il ricordo dell’evento in sé, ma in ragione del fatto che esso rappresenta, nella memoria, la sintesi e l’apice di un percorso vissuto, sofferto e partecipato dalle persone più care.
Quel preciso giorno significa, soprattutto, il mutamento del proprio status; il passaggio da una condizione di subalternità e dipendenza ad una di libertà e indipendenza.
E ciò chiaramente vale soprattutto per coloro i quali avevano già deciso, prim’ancora che quel giorno arrivasse, di volersi dedicare alla libera professione come scelta di cuore, anima e passione, quando ancora questa opzione era effettivamente praticabile, quando l’economia ancora “girava” e architetti e ingegneri avevano un loro preciso e definito ruolo ed erano ancora figure professionali tenute in considerazione e rispettate. Si tratta del periodo pre-euro, quando i committenti pagavano senza problemi, spesso anche in contanti, e tutto era più lineare, più semplice, libero e coerente, anche sotto il profilo delle normative vigenti in materia tecnica e urbanistica; si tratta del periodo che cessò circa a metà dello scorso decennio, quando su input dell’UE, si iniziò ad assistere ad una proliferazione inspiegabile di norme e contro-norme che, a parere di molti, è servita principalmente a complicare e svilire le professioni tecniche e la vita di chi le esercita(va) e che avrebbe raggiunto il suo culmine nel 2012, vero e proprio annus horribilis in cui furono varate una serie di “riforme” con le quali si diede, di fatto, l’avvio ad una sorta di “demolizione controllata” delle professioni.
Fu in quell’anno che vennero difatti deliberati l’abolizione dei minimi tariffari, l’istituzione dell’obbligo di formazione continua, nonché il tragico passaggio dal sistema pensionistico retributivo a quello contributivo. Si trattò di una triade di provvedimenti con cui le professioni tecniche vennero di fatto espropriate del loro valore semantico (e ridotte al rango di “merce”), l’operato professionale del suo valore oggettivo e oggettivabile e i professionisti della loro dignità professionale, sino al punto di dover subire il regresso alla “qualità” di “studente”/“discente” (e non come sarebbe forse più corretto e opportuno di “corsista”) nell’ambito della partecipazione coatta a vari corsi dall’improbabile valore formativo.
E tutto ciò sebbene ai sensi dell’art. 33 comma 5 della Costituzione il conseguimento dell’abilitazione professionale, successivo alla laurea, dovrebbe essere l’unico necessario all’esercizio della professione: è difatti nelle cose che se il Costituente lo avesse voluto sottoporre a un aggiornamento perpetuo lo avrebbe previsto sin dall’origine.
L’aver introdotto una “sovrastruttura” (qual è quella dei CFP) tramite una legge ordinaria ha creato una barriera all’attività professionale che non essendo prevista dalla Carta Costituzionale si pone in sua palese violazione. L’obbligo tra l’altro si traduce anche nella limitazione di un diritto costituzionalmente garantito quale il lavoro (art. 4) che, per converso, andrebbe, invece, tutelato (art. 35).
Ed inoltre sospendere un professionista per mancanza di crediti equivarrebbe a “revocare” l’esame di Stato per l’abilitazione tramite una norma di rango inferiore (rispetto a quello costituzionale) e ciò pare davvero massimamente significativo della sostanziale inconciliabilità fra l’obbligo di formazione continua e lo stesso dettato costituzionale.
Ma al di là di tale specifica questione, ciò che si vuole manifestare è il fatto che buona parte dei provvedimenti legislativi degli ultimi anni hanno finito per segnare la “fine” della professione dell’architetto e più in generale delle professioni tecniche, ove a tale termine si può discrezionalmente attribuire la duplice accezione di conclusione o di destino, nel senso di una sua sostanziale mutazione/mutilazione. E a parlare, sul punto, sono i freddi numeri che si stanno per rassegnare, assumendo, come riferimento l’anno 1996 raffrontandolo con quello in corso.
Nel 1996 un architetto mediamente guadagnava circa 70 milioni di lire l’anno; nel 2025 circa 30.000 euro.
Tra il 1996 e il 2025 l’inflazione media in Italia è stata però di circa il 75% e ciò vale a dire che l’architetto che nel 1996 aveva un introito medio annuo di 70 milioni di lire, oggi, per mantenere lo stesso tenore di vita, dovrebbe guadagnare almeno 64.000 euro l’anno: più del doppio di quelli che invece percepisce (€ 30.000,00). In sostanza il suo potere di acquisto si è più che dimezzato.
Ma oltre al dato puramente monetario anche la “qualità” del guadagno è sensibilmente peggiorata a causa di diversi fattori fra cui in primis l’aumento della concorrenza (nel 1996 gli architetti in Italia erano circa 80.000, oggi 157.000) ma soprattutto dei costi di gestione: nel 1996 non esistevano quelli relativi agli aggiornamenti professionali continui, alle assicurazioni obbligatorie, alla firma digitale, alla PEC, allo spid, ai software per le fatturazioni elettroniche, etc. ed anche gli applicativi tecnici erano assai meno onerosi.
Si tratta di costi fissi che oggi incidono per circa il 30% sul fatturato lordo e che considerati unitamente alla perdita dovuta all’inflazione, determinano un ulteriore abbattimento del potere effettivo di acquisto dell’architetto contemporaneo che viene così sostanzialmente a ridursi a circa 1/3 di quello del 1996.
Anche la complessità e il frenetico susseguirsi di norme di cui si è cennato prima hanno contribuito a rendere economicamente assai sconveniente la professione: oggi un architetto spende/perde gran parte del proprio tempo in adempimenti burocratici (normative energetiche, sicurezza, etc.) che non sono percepiti dal cliente come reale valore aggiunto e che quindi non vengono remunerati adeguatamente.
Alla luce di tutto ciò possiamo affermare che se nel 1996 un architetto libero professionista apparteneva alla borghesia medio-alta, con un reddito solido e costi fissi contenuti, nel 2025 la professione si è PROLETARIZZATA: si lavora cioè molto di più (tecnicamente e burocraticamente) per conseguire un guadagno reale che, tolte le spese e l’inflazione, è di gran lunga inferiore rispetto a quello di trent’anni fa, peraltro in prospettiva di un trattamento pensionistico mediamente davvero assai più misero.
Come per il settore imprenditoriale e commerciale, anche per il mondo delle professioni tecniche si sono voluti concepire e attuare quei provvedimenti legislativi e quelle strategie utili a favorire le “multinazionali” della progettazione, cioè i mega studi associati e le società dotate di una struttura interna stratificata e rigida e gestite da un potere centralizzato. Il tutto a scapito del libero, singolo, professionista.
Rispetto alla schizoide frammentazione dell’impianto normativo e all’abnorme, consequenziale, superfetazione dell’attività professionale, l’organizzazione del lavoro in comparti, nell’ambito di strutture di progettazione complesse e articolate, risulta, difatti, l’unica alternativa di sopravvivenza possibile per il professionista tecnico che, non avendo però più né ragione né possibilità di esercitare autonomamente, finisce per auto-censurarsi rinunciando al ruolo di libero professionista/pensatore per assumere quello di mero dipendente, con buona pace del suo sapere, del suo talento e soprattutto del suo pensiero critico, inesorabilmente destinato ad affievolirsi sempre più sino a spegnersi del tutto.
Non ha desistito soltanto chi aveva abbracciato la professione spinto prevalentemente dalla passione e dal cuore e aveva comunque qualche altra prospettiva di reddito; costui non ha nemmeno esitato, almeno sino a quando ha dovuto scontrarsi con la frustrante realtà dell’esasperazione dei principi di sostenibilità ambientale ed energetica che di fatto ha sancito la fine del progetto di architettura quale essenza, cuore e anima del manufatto, per relegarlo ai margini dell’attività professionale, bullizzato e messo all’angolo da quella selva di norme di cui si è cennato in precedenza e dalle ristrettezze del green e della circolarità oltre ogni limite e oltre ogni possibile bellezza.
La formazione obbligatoria a cui i progettisti sono stati sottoposti negli ultimi anni ha assunto, sotto questo aspetto, la forma di un preciso indottrinamento che, volenti o nolenti, pare rispondere ad una vera e propria volontà disgregativa del concetto stesso di architettura intesa come forma d’arte votata naturalmente e principalmente al bello e capace, pertanto, di elevare lo spirito e la condizione umana.
I principi vitruviani di firmitas, utilitas e venustas -nell’ordine: di stabilità (intesa anche come resistenza dei materiali nel tempo), funzionalità e bellezza-, sono stati soppiantati da quelli del disassemblaggio e del riciclo degli elementi costruttivi del manufatto, della funzionalità intesa non come capacità di offrire un’opera piacevole da percepire e da vivere ma piuttosto come validità sotto il profilo della prestazione energetica e, infine, da un’idea di bellezza sovrastata dall’etica del rispetto aprioristico, esasperato e dogmatico del clima e del paesaggio, sin quasi al punto da voler negare la connotazione sostanziale dell’architettura di attività sapientemente antropica.
La paradossale sintesi di tale enunciato la possiamo ritrovare nell’aberrante cambiamento del concetto di “monumentalità”, da intendere non più come espressione della permanenza e della qualità del manufatto quale opera dell’ingegno umano, bensì della “circolarità” e persistenza della materia che lo compone.
In questa nuova e bizzarra visione ciò che crea l’uomo non varrebbe più in ragione delle sue valenze figurative, strutturali ed artistiche ma in funzione e nella misura della sua capacità di venire ad essere “deposito temporaneo” di materiali; l’eredità per le generazioni future (“monumento”) non sarebbe così più la forma architettonica in sé ma la qualità e la riciclabilità dei materiali.
Si tratta insomma di un approccio estremo ed estremistico che per le sue intrinseche contorsioni logiche ma soprattutto per il ribaltamento dei valori storici della materia, pare rispondere più ad un’ideologia della dissoluzione del valore dell’ingegno umano e dell’architettura intesa in senso classico, che ad una reale ed effettiva necessità di tutela dell’ambiente.
D’altra parte ad appalesare la reale natura di questo estremismo concorre la legge di conservazione della massa di Antoine-Laurent de Lavoisier (“Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”) per la quale la materia, in ogni processo naturale, non si crea né si distrugge, ma cambia semplicemente forma, sì da poter affermare che ogni elemento costruttivo risulta comunque potenzialmente riciclabile e riutilizzabile all’infinito, a prescindere dai trip e dalle ossessioni del mondo occidentale per la sostenibilità.
Pur sforzandosi non si riesce nemmeno ad immaginare il disassemblaggio delle Piramidi di Giza, delle Ziggurat mesopotamiche, del Partenone, del Colosseo, della Grande Muraglia Cinese o delle ville del Palladio, per riutilizzare le pietre di cui questi “monumenti” sono costituiti; farlo anzi costituirebbe un vero e proprio crimine perseguibile con l’arresto ai sensi dell’art. 518-duodecies c.p..
L’evidente antinomia che sussiste fra i principi etici e legali di conservazione del patrimonio architettonico (la cui coscienza è oramai patrimonio collettivo) e il possibile smembramento delle suddette opere vale invece ad appalesare l’irricevibilità, sia sotto il profilo morale che legale, del porre alla base del progetto di architettura la prospettiva di un futuro smontaggio del manufatto, tanto più che ogni opera, anche semplicemente edilizia, è potenzialmente un bene culturale da tutelare.
A condividere questa visione della sostenibilità intesa come imperativo burocratico che soffoca la qualità formale e poetica dell’opera vi sono invero diversi critici e progettisti per i quali: a) l’architettura viene ridotta a una serie di parametri energetici e certificazioni (come LEED o BREEAM); b) l’abuso di facciate verdi o pannelli solari crea un greenwashing visivo che maschera una scarsa ricerca architettonica; c) la priorità assoluta all’ecologia risulta una sorta di moralismo fine a se stesso che pone un grave limite alla libertà creativa e all’innovazione funzionale; d) le soluzioni iper-tecnologiche hanno una vita breve rispetto alla durabilità dei materiali tradizionali che paradossalmente finisce per sminuire il valore e la qualità nel tempo del manufatto.
Fra i maggiori fautori di questo pensiero critico si possono annoverare Patrik Schumacher (Zaha Hadid Architects), Peter Eisenman, Rem Koolhaas, Wolf Prix (Coop Himmelbau), Reinier de Graaf, Vittorio Gregotti, Franco Purini e Marco Biraghi; pensatori per i quali l’ossessione per il green non è altro che una forma di moralismo che soffoca la ricerca formale e il valore intellettuale dell’opera architettonica, una sorta di nuova religione che finisce per limitare la libertà creativa dei progettisti; un vincolo che porta a un’estetica piatta e priva di energia vitale. Il Maestro Vittorio Gregotti denunciava l’uso della sostenibilità come “moralismo tecnico” e Purini la “dittatura del verde”.
Se, com’è stato dimostrato, l’esasperazione delle tematiche green è criticata da molti, autorevoli, operatori del settore, perché essa, in questa parte di mondo, è assurta al rango di vero e proprio dogma, imposto come dottrina ai professionisti senza un confronto fra le parti?
Perché gli architetti non possono nemmeno pensare di rimettere al centro della propria attività, e soprattutto del proprio pensiero, il progetto di architettura nella sua accezione più alta, autentica, nobile e appagante?
Perché tutta la legislazione dell’ultimo ventennio pare esser stata concepita per comprimere e coercizzare la loro creatività, rendere sostanzialmente insostenibile la loro professione, anche impoverendola sino a svuotarla delle sue prerogative essenziali e dei suoi valori più alti?
Si tratta di punti di domanda che esulano dalla presente riflessione e che pur tuttavia si sono voluti offrire come pungolo utile a inquadrare la questione nel suo complesso più ampio.
Ben lungi dal voler demonizzare i temi della sostenibilità ambientale ed energetica, che per converso si sposano appieno -seppur principalmente con riferimento non al progetto in sé ma (stante la sopracitata legge di Lavoisier) ai processi e ai sistemi di conversione e riutilizzo dei materiali dismessi-, il messaggio che si vuole promuovere è quello della necessità della riaffermazione della centralità del progetto di architettura quale processo trasformativo del territorio, si sensibile alle tematiche ambientali ed energetiche, ma non in maniera tale da svuotarlo dei suoi connotati essenziali ed irrinunciabili.
Si vuole semplicemente dire che occorre riscoprire la qualità del progetto di atto primariamente artistico-intellettuale, di sintesi di intuizioni estetiche e rigore tecnico capace di trasformare la materia in significato e quindi di narrare lo spazio percepito mediante l’utilizzo delle tecniche e delle metodologie costruttive più avanzate, al fine di qualificare il manufatto come espressione culturale della contemporaneità.
Urge in sostanza una sorta di ritorno al passato in chiave illuminata e sapiente, la cui necessità è comprovata dalla semplice constatazione del fatto che le condizioni di vivibilità delle città non bastano, da sole, a rendere felici le persone che le vivono.
Occorre in definitiva ristabilire la giusta gerarchia dei valori in campo, anche di quelli della professione dell’architetto, a partire proprio dal progetto di architettura.
Gli architetti dal canto loro dovrebbero sforzarsi di riappropriarsi del loro ruolo primario di principali promotori e creatori di arte e di bellezza e, con esso, di quella piena autorevolezza culturale di cui sino a qualche decennio orsono la storia li aveva investiti quali primi attori del vero progresso umano”.
