Ci siamo rotti le boe (e pure i fondali)

29/12/2025
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Io a Gela ci vivo da più di cinquant’anni. Non la guardo da lontano, non la studio sui dossier, non la racconto per sentito dire. La attraverso ogni giorno, con la sensazione di una lotta contro i mulini a vento, dove a girare non sono le pale ma “le palle”, le carte, le parcelle, le sentenze.

Del porto di Gela si parla da così tanto tempo che è diventato una specie di leggenda urbana. Ci sono sindaci ed onorevoli che in decenni hanno giurato che “stavolta è la volta buona”, chi descrive con precisione lo stato dell’iter autorizzativo per poi ammettere che sì, in effetti, è impraticabile. Eppure, mentre il porto resta fermo, immobile, inesistente, tutto il resto si muove eccome. Soprattutto i compensi.

 

Leggo che due tecnici della Regione, impegnati nel progetto del porto rifugio, si sono visti riconoscere dal Tribunale di Palermo circa 500 mila euro di incentivi per funzioni tecniche. Mezzo milione. Per un’opera che non solo non è finita, ma che oggi viene certificata come non utilizzabile. E allora scusate se uno, che vive qui, non riesce a festeggiare la correttezza giuridica della decisione senza sentire un nodo allo stomaco.

Perché il punto non è la legittimità degli incentivi. Il punto è il paradosso morale: a Gela tutto è bloccato tranne ciò che riguarda i soldi che girano attorno al nulla. Il porto non vede la luce, ma le parcelle lievitano come pane benedetto. Il mare resta vuoto, i faldoni pieni.

E intanto c’è un’immagine che per me è diventata il simbolo di questa storia surreale. Un famoso giornalista locale, in una trasmissione che tutti conosciamo, continua a portare con sé una carpetta ormai iconica, con su scritto: “I gelesi vogliono il porto a Gela”. La porta da anni. La mostra, la agita, la difende. Ormai quella carpetta rischia di ammuffire, non per colpa sua, ma per colpa del tempo perso, delle promesse evaporate, delle prese in giro istituzionalizzate.

E allora io non faccio il giornalista ma curo da opinionista un rubrica volendo fare il mio ruolo di cittadino stanco ma attivo. Triste, sì, ma soprattutto arrabbiato. Perché questa non è più una storia di ritardi: è “una presa per i fondali” Una di quelle che fanno male perché ti abitui quasi a subirla, come se fosse normale che una città debba accontentarsi delle briciole mentre attorno si spartisce la torta.

Per questo oggi mi rivolgo a chi fa informazione, a chi fa opinione, a chi ha una voce, un microfono, una penna, un seguito: Giornalisti, opinionisti, redattori, commentatori. Gridiamolo forte, tutti insieme, senza giri di parole e senza più diplomazie:

“Ci siamo rotti le boe di questa presa per i fondali.”

Perché Gela non chiede favori. Chiede solo una cosa ovvero che alle parole seguano i fatti. Che alle carte segua il cemento. Che ai progetti segua un porto vero. Non uno che esiste solo per far navigare le parcelle.

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