I movimenti della terra sono lenti ed inesorabili. Niscemi ha una storia di frane che affonda le radici nel passato lontano. Ecco la ricerca di Giuseppe D’Alessandro tratto dal libro ‘Niscemi tra cronaca e storia’.
Eppure l’uomo continua a costruire ad un passo dalle zone già rischiose e si continuano a rilasciare autorizzazioni edilizie. E la natura fa il suo corso, aiutata dalle piogge copiose.
“Nel 1790 un avvenimento catastrofico aveva colpito Niscemi: tra il quartiere Sante Croci e la contrada Canalicchio, all’improvviso si erano manifestati eventi mai visti prima: il terreno si apriva e si chiudeva, non sgorgava più acqua dai bevai; fumo e calore si espandevano nell’aria, mentre sinistri boati sotterranei accompagnavano il tutto. Grosse fessure si vedevano ad occhio nudo e in quell’atmosfera di Inferno dantesco l’aria era infettata da un odore nauseabondo di zolfo che sgorgava da piccoli coni vulcanici alti 3-4 metri.
Era il 19 di marzo e il quadro della Madonna venne portato in processione, mentre un notaio fu chiamato per mettere nero su bianco quel che accadeva. A futura memoria, visto che tanti pensarono che non sarebbero sopravvissuti. Qualcosa di simile avvenne in contrada Cresiazza, posta a un paio di chilometri dal centro, percorrendo la strada per Ponte Olivo. Per fortuna tutto si risolse con un grande spavento e il ricordo di quell’evento è andato quasi del tutto perduto.
All’epoca esisteva sul luogo una chiesa, costruita nel 1710, che aveva sostituito una rozza cappella senz’altare, che conteneva sullo sfondo un crocefisso dipinto, mentre sul muro in alto erano state piantare tre croci (da qui il nome) abitata da un eremita e con accanto un piccolo cimitero. Nel 1693 era andata pressoché distrutta di seguito al terribile terremoto che colpì il Val di Noto: allora Niscemi contava 1925 abitanti (secondo altre fonti: 1.483). A distanza di oltre due secoli tuttavia i Niscemesi hanno dovuto rivivere, sia pure in forme diverse, quello spaventoso accadimento.
Sono quasi le due di pomeriggio di domenica 12 ottobre 1997. La gente che abita nei quartieri Canalicchio, Sante Croci e Pirillo (versante sud e sudest della città) percepisce una scossa di terremoto: si aprono delle crepe sui muri e le persone si riversano per strada. Chi abita in fondo a via Regina Margherita, in prossimità della Chiesa di Sante Croci, vede chiaramente l’edificio sacro inclinarsi e la facciata percorsa da una evidente spaccatura.
Qualcuno si affaccia sulla Piana di Gela e si accorge che ampie fessure solcano il terreno: secolari alberi di ulivo giacciono accasciati come fossero pagliuzze. Si accerterà poi che il fronte della frana è lungo oltre un chilometro e i quartieri Pirillo, Canalicchio e Sante Croci sono devastati. Anche in contrada Banco si sono verificati fenomeni analoghi, ma qui la zona è disabitata, sebbene siano stati interessati alcuni stabilimenti industriali e artigianali: siamo praticamente negli stessi luoghi del 1790!
La strada per Ponte Olivo presenta una grossa fenditura e viene chiusa al traffico, mentre il dissalatore non può più addurre acqua perché danneggiato. Due scuole sono centrate in pieno: per fortuna era domenica ed erano chiuse. Al momento nessuno sa bene quello che è successo: di certo non è un terremoto e tale certezza, lungi dal rassicurare i niscemesi, alimenta ancora di più la paura. Quando arrivano i carabinieri sul posto capiscono subito che la situazione è drammatica e non fronteggiabile con uomini e mezzi locali.
Viene dato l’allarme e su Niscemi vengono fatte confluire tutte le forze dell’ordine disponibili in zona e i vigili del fuoco. Il fenomeno tuttavia è così diffuso che non può essere governato coi mezzi ordinari: il prefetto Isabella Giannola decide di allertare la protezione civile e qualche ora dopo una colonna mobile arriva in paese.
Oramai la notte sta calando e occorre provvedere a sistemare gli sfollati, perché nessuno si sogna di ritornare in quelle case divenute all’improvviso un pericolo.
Molti trovano accoglienza presso amici e parenti, un centinaio vengono ospitati in una scuola elementare, altri nella casa di riposo, mentre viene allestita nel campo sportivo una tendopoli da parte della protezione civile. Vengono censiti gli alberghi delle città vicine, ma per fortuna non ce ne sarà bisogno, anche per l’alto senso di ospitalità che storicamente distingue il popolo siciliano.
In un primo tempo si parla di migliaia, ma il giorno successivo la prefettura comunica ufficialmente che le famiglie sgomberate sono 111, per un totale di quasi 400 persone. Molte altre tuttavia hanno timore di ritornare nelle loro case e nel dubbio chiedono un posto alternativo: secondo il comune di Niscemi sono in tutto 1186.
Fu un vero e proprio miracolo se nessuno ci lasciò le penne: solo una ragazza venne stata portata in ospedale, ma per una crisi di nervi. Intanto arriva il capo della protezione civile e con l’elicottero si tenta di fare il punto della situazione. Le forze dell’ordine presidiano il quartiere per evitare atti di sciacallaggio, mentre l’indomani la procura della repubblica emette un provvedimento di sequestro dell’intera zona.
Viene anche mobilitato l’esercito, che aiuta a rimuovere le macerie.
Ci vorranno 14 anni perché gli “sfollati” vengano indennizzati per quel terribile evento. Il processo penale che ne seguì vide imputati tecnici comunali e dirigenti del Genio Civile, ma le perizie stabilirono che nessuna responsabilità poteva essere loro attribuita, trattandosi di un evento imprevedibile e inevitabile: tutti vennero assolti.
Nell’estate del 2000 le abitazioni abbattute ammontavano a 48 e il rione Sante Croci divenne una grande terrazza con vista su Gela. A distanza di 22 anni, dopo il completo abbattimento della chiesa, verrà collocato un monumento in ricordo di ciò che accadde. E forse inconsciamente per ricordare che contro la Natura l’uomo è completamente impotente; il che dovrebbe spingerlo a rispettarla di più”.
