Il piano dell’ANM che cancella 87 tribunali: c’è Gela

Ottantasette sono i tribunali italiani che, applicando la soglia proposta dall'ANM, risultano candidati alla chiusura
01/04/2026
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Dopo aver incassato il ‘no’ del referendum arriva la nuova sferzata sulla giustizia: 87 tribunali italiani sull’orlo della chiusura.

Il piano dell’ANM che cancella la giustizia di prossimità.

Con la soglia proposta dall’Associazione Nazionale Magistrati — meno di 30 giudici oppure meno di 10 pubblici ministeri — sarebbero a rischio di soppressione 87 dei 139 tribunali italiani analizzati. Al Sud e nelle Isole sparirebbero quasi tutti i presidi di giustizia periferica. I dati sono tratti dalla pianta organica ufficiale del Ministero della Giustizia (D.M. 14 settembre 2020, Tabella E).

Ottantasette sono i tribunali italiani che, applicando la soglia proposta dall’ANM, risultano candidati alla chiusura. Su 139 uffici giudiziari di primo grado analizzati sulla base della pianta organica ufficiale del Ministero della Giustizia, solo 52 superano entrambe le soglie richieste: almeno 30 giudici e almeno 10 pubblici ministeri. Gli altri — il 63% del totale — sarebbero destinati alla soppressione, con i procedimenti trasferiti alle sedi maggiori già congestionate. Quasi due tribunali su tre verrebbero cancellati.

La distribuzione delle soppressioni taglia dove lo Stato dovrebbe essere più presente.

Al Sud continentale sono circa 20 i tribunali a rischio. Sparirebbero Sulmona, Lanciano, Vasto — capoluoghi abruzzesi con radici giudiziarie risalenti all’Unità d’Italia. Andrebbero via Isernia e Larino, lasciando il Molise senza giustizia di prossimità. In Calabria, la regione con la presenza più capillare di ‘ndrangheta, chiuderebbero certamente Crotone, Paola, Lamezia Terme, Vibo Valentia, Locri e forse anche Palmi e Castrovillari —. Certi solo Catanzaro, Cosenza e Reggio Calabria.

Nelle Isole: 15 tribunali siciliani e sardi finirebbero sotto la scure, tra cui Gela, Caltagirone, Sciacca, Enna, Patti, Barcellona Pozzo di Gotto, Lanusei, Nuoro, Oristano. Territorio per territorio, è la stessa mappa delle aree più difficili del Paese.

Al Centro sparirebbero 21 sedi, tra cui L’Aquila — capoluogo di regione, a meno di 15 anni dal terremoto — Urbino, Fermo, Rieti, Viterbo, Spoleto. Al Nord sarebbero 32, compresi Aosta, Biella, Sondrio, Gorizia, Belluno, Rovereto.

La proposta comprende il Nord. Ventidue tribunali lombardi, piemontesi, veneti, liguri ed emiliani sarebbero chiusi perché non raggiungono la soglia di 30 giudici. Questo dimostra che il problema non è la competenza dei singoli uffici, ma la scelta dello Stato di non dotarli di magistrati sufficienti.

C’è un dettaglio che non può passare inosservato. Nel 2012, quando il Governo Monti tentò la prima grande riforma della geografia giudiziaria con il d.lgs. 155/2012, il Parlamento impose di salvare esplicitamente alcuni tribunali proprio per ragioni antimafia. Castrovillari, Lamezia Terme, Paola, Sciacca, Caltagirone rimasero aperti perché la Camera votò per tenerli: troppo rischioso chiudere presìdi in territori dove c’era la criminalità organizzata

Oggi l’ANM propone di tornare indietro. Di applicare un criterio numerico puro — 30 giudici, 10 PM — in territori dove la domanda di giustizia non è misurabile solo con i fascicoli pendenti, ma con il tasso di infiltrazione della ‘ndrangheta, con il numero di beni sequestrati, con la pressione quotidiana su magistrati, avvocati e testimoni.

Locri, ad esempio, ha 30 giudici ma solo 8 PM in organico: finisce nel mirino per la sola componente requirente. È il tribunale del distretto di Reggio Calabria più esposto alla criminalità organizzata della Locride.

L’Italia ha 11,8 magistrati ogni 100.000 abitanti contro una media europea di 17,6. Ogni PM italiano gestisce in media 1.192 fascicoli l’anno; in Europa la media è 204. La scopertura media degli organici si attesta intorno al 10-15%, con punte che in alcune sedi del Sud superano il 20%.

La soluzione logica a questi numeri è una: assumere magistrati. Non chiudere tribunali. Se un ufficio ha 15 giudici quando ne dovrebbe avere 30 e non si riesce a coprire i posti, il problema non è l’ufficio: è la politica delle assunzioni. Sopprimere la sede non risolve la carenza di magistrati — la sposta, concentrandola su chi resta.

La seconda proposta dell’ANM — maggiore interscambiabilità tra la funzione di giudice e quella di pubblico ministero — va letta in parallelo con la prima. Le due, insieme, disegnano un sistema più concentrato e più fluido nei ruoli interni.

Meno tribunali sul territorio significa meno giudici in giro. Più interscambiabilità significa che quei pochi giudici possono aver fatto i PM per anni, o tornarci domani. Il principio di terzietà — che l’ANM ha difeso per mesi come valore costituzionale intoccabile per bloccare la riforma Nordio — diventa improvvisamente negoziabile quando a proporne l’attenuazione è la magistratura stessa.

La giustizia italiana ha bisogno di riforme reali: più magistrati, più personale amministrativo, più tecnologia, più edifici. Non ha bisogno di perdere 87 tribunali. Quei tribunali non sono un lusso: sono lo Stato in luoghi dove lo Stato è già troppo lontano. Chiuderli non li rende più efficienti. Li elimina. E insieme a loro, elimina un pezzo di Italia che non può permetterselo.

Da Avv. Antonello Talerico

Già Presidente del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro