Torniamo ad ospitare le riflessioni teologiche e sociali dell’arch. Roberto Loggia, ormai condivise con costanza dallo studioso vaticanista dott. Cionci con nostro grande orgoglio.
“Animati da grande speranza in ordine ai possibili sviluppi dell’indagine in corso presso la Magistratura Vaticana relativa alla tesi della sede impedita di Benedetto XVI, scaturita dall’istanza del dott. Andrea Cionci e di cui ha dato notizia LifeSiteNews in un articolo del 14 aprile 2026 (consultabile al link: https://www.lifesitenews.com/blogs/exclusive-vatican-court-confirms-ongoing-investigation-into-validity-of-pope-benedicts-resignation/), si propongono due considerazioni di carattere dottrinale ed ecclesiologico.
Esse intendono offrire criteri di discernimento utili a non smarrire la bussola nel presente contesto di ampio e talora acceso dibattito teologico ed ecclesiale, e riguardano in particolare l’aspetto militante della vita cristiana e il rapporto tra la percezione di una elezione di origine divina e l’autentica nozione di santità secondo il costante insegnamento della Chiesa e la vita dei santi.
1. La militanza cristiana: perseveranza nella comunione visibile
La tradizione cattolica ha sempre descritto la Chiesa come ecclesia militans. Tale espressione non indica una condizione accessoria, ma una dimensione costitutiva della vita cristiana, segnata dal combattimento spirituale (Ef 6,11; 1Tm 6,12) e dalla perseveranza nella prova (Eb 10,36).
In questa prospettiva, la militanza cristiana non legittima fughe o separazioni, ma esige la permanenza nella comunione ecclesiale soprattutto nei momenti di scandalo, confusione o difficoltà. La dimensione militante della vita cristiana non può essere ridotta a un’immagine simbolica, ma esprime una condizione reale di permanenza nel luogo spirituale assegnato da Dio al credente. Per questo, l’uscita stabile dalla comunione ecclesiale visibile, anche quando motivata da scandali, crisi o percepite irregolarità interne alla Chiesa, non può essere interpretata come una forma superiore di fedeltà, ma assume piuttosto il carattere di una sottrazione al combattimento stesso nel quale il cristiano è stato chiamato a perseverare.
In termini teologici rigorosi, tale gesto si configura come un abbandono del campo di battaglia della fede, ossia del luogo concreto e storico in cui si esercita la virtù della perseveranza, si attua la purificazione del credente e si dispiega la provvidenziale pedagogia di Dio nella storia della Chiesa. Il combattimento cristiano, infatti, non si svolge fuori dalla Chiesa visibile, ma dentro di essa, là dove il bene e il male coesistono fino alla consumazione finale.
La Scrittura non presenta la salvezza come fuga dalle tensioni o dalle criticità ecclesiali, ma come perseveranza nella prova: “Avete bisogno di perseveranza” (Eb 10,36), e ancora: “Rivestitevi dell’armatura di Dio” (Ef 6,11), “combatti la buona battaglia della fede” (1Tm 6,12).
In questa luce, sottrarsi alla comunione ecclesiale significa esporsi al rischio di uscire dal luogo stesso in cui la grazia opera ordinariamente nella storia.
La tradizione patristica esprime tale principio con particolare nettezza nella celebre affermazione di san Cipriano: “Non può avere Dio per Padre chi non ha la Chiesa per madre” (De unitate Ecclesiae, 6), che non indica soltanto un vincolo giuridico, ma la necessaria permanenza nel corpo visibile della Chiesa come spazio ordinario della salvezza e del combattimento spirituale.
2. Scisma e tentazione della fuga
Nei periodi di crisi ecclesiale può emergere la tentazione di considerare la Chiesa istituzionale come irrimediabilmente compromessa, fino a giustificare forme di separazione e la costituzione di gruppi alternativi. Tale dinamica si fonda tuttavia su un presupposto teologicamente inconsistente: l’idea che la Chiesa possa essere “trasferita” da una realtà visibile e storica a una realtà auto-costituita. La Scrittura, al contrario, mette in guardia da tali derive, ricordando che lo scandalo non elimina la necessità della perseveranza nella comunione (Mt 18,7).
La parabola della zizzania (Mt 13,24-30), pur riferita direttamente al mistero del Regno di Dio in senso escatologico ma tradizionalmente applicata in senso analogico alla vita della Chiesa, non si limita a descrivere la coesistenza storica di bene e male in essa, ma ne offre anche una chiave teologica più profonda. Il Signore non consente la separazione immediata tra grano e zizzania non per indifferenza al male, ma in ragione di una più alta economia provvidenziale, nella quale anche la presenza del male è permessa entro limiti precisi e finalizzati alla maturazione del bene.
Il male non viene sradicato anticipatamente perché il bene e coloro che lo operano – il “buon grano” – possano svilupparsi pienamente nella storia, consolidarsi nella perseveranza e manifestarsi visibilmente nella loro autenticità. In tal modo, la coesistenza temporanea del male diventa il contesto entro cui il bene non solo resiste, ma si evidenzia e si rende riconoscibile, anche agli occhi del mondo, proprio attraverso la fedeltà perseverante.
La “non rimozione” immediata della zizzania non indica dunque una tolleranza neutra del male, ma una pedagogia divina orientata alla manifestazione del bene nel tempo, fino alla mietitura finale, nella quale la giustizia di Dio opererà la separazione definitiva.
In questa prospettiva, ogni impulso a una separazione prematura o a una purificazione immediata del campo ecclesiale contraddice la logica evangelica della pazienza salvifica e della maturazione progressiva del grano nella storia.
3. Comunione e discernimento: “Sono usciti di mezzo a noi”
Un criterio decisivo è offerto dalla Prima Lettera di Giovanni: “Sono usciti di mezzo a noi, ma non erano dei nostri; se fossero stati dei nostri, sarebbero rimasti con noi; ma doveva rendersi manifesto che non tutti sono dei nostri.” (1Gv 2,19).
Il passo, che nel suo contesto originario si riferisce a gruppi ereticali interni alla comunità giovannea, viene qui utilizzato in senso analogico (e non come criterio assoluto di giudizio ecclesiologico) al fine di estrapolarne un principio teologico di grande portata: la permanenza nella comunione visibile è ordinariamente segno di autentica appartenenza alla Chiesa di Cristo. L’unità della Chiesa, infatti, non è accessoria ma costitutiva: “Un solo corpo e un solo Spirito” (Ef 4,4).
In questa prospettiva, la dinamica della comunione ecclesiale e delle eventuali situazioni di disordine nella legittima successione del soglio petrino possono essere lette anche alla luce della grande tradizione agostiniana delle due città, assunta e rielaborata dall’ecclesiologia del Concilio Vaticano II. Sant’Agostino, nella De civitate Dei, descrive infatti la storia come il luogo in cui la civitas Dei e la civitas terrena sono misteriosamente intrecciate (permixta peregrinantur in hoc saeculo), fino alla loro definitiva manifestazione escatologica.
In questa linea, il magistero conciliare ricorda che la Chiesa, pur essendo “santa e insieme sempre bisognosa di purificazione e di riforma” (Lumen Gentium, 8), vive nel tempo una condizione storica in cui la sua struttura visibile può essere attraversata da prove, tensioni e momenti di oscuramento nell’ordine ecclesiale. Tuttavia, tale condizione non intacca la sua indefettibilità, ma semplicemente manifesta il carattere peregrinante del Popolo di Dio nella storia.
La presenza di tali situazioni di disordine non viene letta dalla tradizione come sospensione della vita della Chiesa, ma come parte della sua traversata storica nella civitas permixta, nella quale il disegno provvidenziale di Dio continua a operare. La Chiesa, tuttavia, non viene meno nella sua realtà visibile e gerarchica, ma permane come principio di unità e continuità apostolica anche nei periodi segnati da scismi, da controversie sul soglio pontificio o dalla presenza di antipapi.
4. Elezione divina e santità: il rischio dell’auto-legittimazione
Un secondo ambito di discernimento riguarda il rapporto tra elezione divina percepita e santità cristiana. La Scrittura è chiara nel respingere ogni forma di auto-esaltazione: nella vita di fede, ciò significa non attribuirsi da sé carismi o missioni. La Parola è categorica: “Chi si esalta sarà umiliato e chi si umilia sarà esaltato” (Lc 14,11); “Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto?” (1Cor 4,7). Anche la tradizione spirituale conferma questo principio: i santi non si assegnano mai una missione divina in modo autonomo, ma la riconoscono sempre attraverso il discernimento della Chiesa e della sua autorità.
San Giovanni della Croce avverte che il desiderio di rivelazioni straordinarie può essere spiritualmente ingannevole (Salita al Monte Carmelo, II, 11). I carismi, pur riconosciuti dalla Chiesa (CCC 799-801), restano tali solo all’interno del discernimento ecclesiale gerarchico.
Le rivelazioni private, ricorda il Catechismo, non appartengono al deposito della fede (CCC 67). Esse devono essere sottoposte a discernimento e non possono mai fondare autorità alternative o strutture ecclesiali parallele. Quando tali elementi vengono utilizzati per delegittimare l’autorità ecclesiale o giustificare separazioni, si entra in una dinamica che contraddice la natura pubblica e compiuta della Rivelazione in Cristo (CCC 66). La tradizione spirituale offre numerosi esempi di santi che hanno rifiutato ogni forma di auto-investitura.
San Francesco d’Assisi, pur in un’epoca di forte crisi ecclesiale, si sottomise esplicitamente al giudizio del Papa Innocenzo III e successivamente di Onorio III, inserendo la propria esperienza nella comunione della Chiesa senza mai rivendicare autonomia. Santa Teresa d’Avila sottopose sistematicamente ogni esperienza al discernimento dei confessori. San Giovanni della Croce ribadì che ogni autentico cammino spirituale passa attraverso l’umiltà e l’obbedienza ecclesiale alla gerarchia legittima della Chiesa.
Il dovere della comunione non esclude però il giudizio critico, che resta un diritto e un atto di amore per la verità. Indagare sulla sede impedita è legittima militanza, purché miri a sollecitare la chiarezza dell’autorità e non a sostituirsi ad essa. Il confine è netto: il discernimento deve servire a risanare la Chiesa dall’interno, evitando che la critica diventi l’alibi per un’autolegittimazione che apre la strada allo scisma.
Conclusione
In tempi di grande confusione ecclesiale – e non solo – il criterio decisivo resta la custodia dei principi essenziali della vita cristiana nella comunione ecclesiale a partire dall’umiltà. Non a caso Sant’Agostino afferma: “Se mi chiedi quale sia la prima virtù del cristiano, ti risponderò: l’umiltà; e la seconda: l’umiltà; e la terza: l’umiltà”. Anche San Benedetto da Norcia, nella sua Regola, la pone a fondamento del cammino spirituale, mentre San Tommaso d’Aquino ne riconosce il ruolo decisivo nel disporre l’uomo ad accogliere la grazia.
Resta infine decisivo il criterio evangelico della perseveranza: “Chi persevererà fino alla fine sarà salvato” (Mt 24,13), nella certezza che la Chiesa cattolica, pur soggetta alle prove più aspre, rimane sotto l’Autorità di Cristo, orientata al compimento della sua missione nella storia”.
