C’è qualcosa che non torna in questa guerra. E non è una questione di schieramenti, di bandiere o di propaganda. È la sensazione che, giorno dopo giorno, il confine tra obiettivi militari e civili si stia dissolvendo, trascinando con sé anche quel poco di umanità che dovrebbe sopravvivere perfino nei conflitti.
Il ferimento di bagnanti sulle coste del Mar Nero, gli attacchi alle porte di Mosca, le incursioni in aree industriali e perfino l’attentato che ha colpito un ristorante italiano nel centro della capitale russa raccontano una realtà sempre più difficile da comprendere. Se questi episodi hanno una logica militare, è lecito chiedersi quale sia. Se, invece, il loro effetto principale è quello di diffondere paura tra la popolazione, allora il prezzo lo stanno pagando persone che con la guerra non hanno scelto di avere nulla a che fare.

In ogni conflitto la prima vittima è la verità, ma subito dopo arrivano i civili. E quando la guerra entra nelle spiagge, nei ristoranti, nelle città e nei luoghi della quotidianità, tutti dovrebbero fermarsi a riflettere. Perché la legittimità di un’azione militare non può essere valutata soltanto in base a chi la compie, ma anche alle sue conseguenze.
È giusto sostenere il diritto di uno Stato a difendersi. È giusto condannare ogni aggressione. Ma è altrettanto doveroso affermare con forza che nessuna causa può rendere accettabile il coinvolgimento di innocenti.
La pace sembra oggi una parola lontana. Eppure dovrebbe essere l’unico obiettivo capace di unire davvero tutti. Perché una guerra nella quale i civili diventano bersagli, diretti o indiretti, è una guerra ch ha già sconfitto l’umanità. Ed allora chiediamoci come un nazione piccola militarmente quale è l’Ucraina riesca ad attaccare le porte di Mosca, a creare il panico in un ristorante in Russia e tra i bagnanti del Mar Nero. Altro che difesa del proprio territorio. La guerra, alimentata dalle superpotenze occidentali, non ha più una logica.
