
L’estate porta con sé tante cose: il caldo, le vacanze, brevi amori e, immancabile, l’elogio della vita lenta. Anche negli altri periodi dell’anno rallentare è tra i desideri di molti ma è d’estate che la vita lenta vive il suo magic moment.
Da qualche tempo si ha l’impressione che per vivere bene sia necessario fare tutto lentamente. Bisogna mangiare lentamente, viaggiare lentamente, leggere lentamente, camminare senza una meta precisa e possibilmente bere il caffè contemplando qualcosa. Il mare va benissimo. Una montagna ancora meglio. In mancanza di entrambi può bastare una pianta sul balcone purché venga annaffiata con la necessaria consapevolezza.
La fretta, invece, gode di pessima reputazione. Mangiare un panino in dieci minuti è quasi una dichiarazione di fallimento esistenziale. Prendere un aereo anziché attraversare l’Europa in treno significa aver rinunciato al piacere del viaggio. E guai a confessare che qualche volta, mentre prendiamo il caffè, non desideriamo contemplare proprio nulla.
È arrivata la vita lenta.
E, sia chiaro, aveva ottime ragioni per arrivare.
Corriamo molto. Probabilmente troppo. Rispondiamo alle mail mentre facciamo altro, controlliamo il telefono durante una conversazione, trasformiamo persino il tempo libero in una lista di cose da fare. Abbiamo inventato decine di strumenti per risparmiare tempo e siamo riusciti nel piccolo miracolo di avere la sensazione che il tempo non basti mai.
Rallentare, quindi, non sembra affatto una cattiva idea.
Il problema è che, come spesso accade alle buone idee, qualcuno ha esagerato.
Questo non significa che la lentezza non abbia il suo fascino. Ci sono gesti che sembrano acquistare valore proprio perché richiedono tempo. Scrivere a mano, per esempio. Scegliere una penna, riempire una pagina, cancellare una parola senza poterla far scomparire con un tasto. Oppure cucinare qualcosa senza avere particolare fretta, leggere un libro senza controllare continuamente quanto manca alla fine, camminare senza trasformare ogni passo in un dato da registrare.
Non tutto ciò che può essere accelerato, insomma, deve necessariamente esserlo.
Il problema nasce quando una buona intuizione diventa un principio universale. Quando la lentezza smette di essere una possibilità e diventa una filosofia da applicare un po’ a tutto: slow food, slow travel, slow tourism, slow living, slow work. A questo punto viene quasi il sospetto che da qualche parte esista anche lo slow parcheggio, praticato peraltro con notevole successo in molte città italiane.
La lentezza ha cominciato così ad avere i suoi rituali e persino una sua estetica. Il caffè non si beve: si assapora. Il pane sarebbe meglio prepararlo in casa, possibilmente con il lievito madre. Si riscoprono gli orti, le passeggiate, i mercati, i piccoli borghi e molte di quelle attività che i nostri nonni praticavano quotidianamente senza sapere di essere all’avanguardia.
Anche il viaggio deve rallentare. Il treno acquista un fascino che l’aereo, colpevole di portarci troppo velocemente a destinazione, non può avere. Bisogna perdersi, parlare con gli abitanti del posto, scoprire una trattoria sconosciuta alle guide. Ed è difficile negare che tutto questo possa essere bellissimo. A condizione, naturalmente, di avere tempo per farlo.
Veniamo, in ultima analisi, al punto. Non si tratta di stabilire se sia meglio correre o camminare. Si tratta di poter scegliere.
D’altra parte, il successo della vita lenta non nasce dal nulla ma arriva dopo decenni nei quali abbiamo fatto esattamente il contrario. Abbiamo accelerato il lavoro, le comunicazioni, i viaggi, gli acquisti e persino le relazioni. La giornata è diventata una sequenza di notifiche, appuntamenti e cose da fare. Il tempo risparmiato grazie alla tecnologia, anziché trasformarsi in tempo libero, è stato spesso occupato da nuove incombenze.
E il conto, qualche volta, arriva. Il burnout è entrato nel nostro vocabolario quotidiano e non soltanto in quello degli psicologi. Ci siamo accorti che essere continuamente produttivi, disponibili e connessi non significa necessariamente vivere meglio. Da questo punto di vista l’invito a rallentare non è una moda sciocca: è una reazione comprensibile a un’accelerazione che in molti casi è diventata insostenibile.
Anche le reazioni tuttavia, quando diventano assolute, producono qualche paradosso. Esiste, infatti, una differenza tra rallentare e fermarsi.
La lentezza può significare concedersi il tempo necessario per fare bene qualcosa, riflettere prima di decidere, non considerare ogni minuto improduttivo come un minuto perduto. L’immobilismo è un’altra cosa. È rimandare una decisione all’infinito, confondere la prudenza con l’incapacità di scegliere, trasformare l’attesa in una virtù anche quando non porta da nessuna parte.
E questo non riguarda soltanto le nostre vite private. Ci sono persone, aziende, istituzioni e persino interi Paesi bravissimi a celebrare il cambiamento purché avvenga con la dovuta calma. Talmente dovuta che, qualche volta, il cambiamento non avviene affatto.
Del resto, siamo diventati molto bravi a parlare di cambiamento. Lo invochiamo, lo promettiamo, lo inseriamo nei programmi e nei progetti, salvo poi scoprire che non è mai il momento giusto per cominciare davvero. C’è sempre qualcosa da attendere: condizioni migliori, maggiori risorse, un consenso più ampio, qualche certezza in più. Tutte ragioni perfettamente comprensibili che, messe una accanto all’altra, possono diventare un formidabile sistema per lasciare le cose esattamente come sono.
La lentezza, in questi casi, smette di essere una scelta consapevole e diventa un alibi. Una forma elegante di immobilismo che permette di sentirsi dalla parte del futuro continuando tranquillamente ad abitare il passato.
Tirando le somme forse abbiamo sbagliato a porre la questione nei termini della velocità.
Ci sono cose che meritano lentezza. Una cena con le persone che amiamo, un libro, una passeggiata, una pagina scritta a mano. E ce ne sono altre per le quali essere veloci è semplicemente meglio. Una risposta che aspettiamo da un ufficio, un treno, una diagnosi, una pratica amministrativa.
Non abbiamo bisogno di fare tutto più lentamente.
Abbiamo bisogno di capire che cosa merita il nostro tempo.
Dott. Giuseppe Cammarata
