Una cosa fatta male

06/09/2026
06/09/2026
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Immaginate di acquistare un oggetto in legno. Uno qualsiasi. Un tavolino, un mobile, una maschera ornamentale. Immaginate di scoprire una piccola imperfezione: un graffio, una venatura irregolare, una parte non levigata perfettamente.

Immaginate ora di avere tra le mani una fotografia leggermente sfocata, un foglio con una firma illeggibile, una vecchia radio che ogni tanto gracchia.

Adesso provate a mettere tutto questo accanto alla perfezione artificiale.

Quell’imperfezione nel legno potrebbe essere la firma involontaria dell’artigiano che lo ha lavorato. Le firme sono quasi sempre poco chiare perché vengono fatte a mano, magari di fretta, magari con una penna che non scrive benissimo. E se una vecchia radio gracchia, molto semplicemente, può essere perché non è sintonizzata alla perfezione.

Non sono necessariamente difetti.

È la natura delle cose reali. Vere e, proprio per questo, imperfette.

In un recente articolo scritto per The New Yorker, il giornalista Kyle Chayka ha raccontato una sorta di ribellione lo-fi all’intelligenza artificiale: mentre immagini, testi e contenuti generati dalle macchine diventano sempre più levigati, una parte della cultura visuale sta rivalutando ciò che appare fatto a mano, storto, incompleto, persino un po’ brutto.

Qualche settimana dopo Chayka è tornato sull’argomento da un’altra prospettiva: il recupero della vita sensoriale. Oggetti, lavori manuali, superfici, piccole attività fisiche e quotidiane acquistano valore proprio perché gli schermi ci hanno abituati a un’esperienza sempre più liscia e immateriale.

Cito un altro articolo, questa volta del Washington Post, nel quale si evidenzia come l’intelligenza artificiale rischi di rendere l’autenticità un bene raro e, proprio per questo, prezioso. L’autrice cita persino alcuni studi secondo i quali il linguaggio umano starebbe iniziando ad assimilare formule ed espressioni tipiche degli LLM.

Chi ha avuto la pazienza e, mi auguro, il piacere di leggermi in questi mesi sa quanta attenzione abbia riservato all’impatto che l’intelligenza artificiale sta avendo e avrà sulle nostre vite. Cambiamenti più o meno grandi, più o meno visibili, più o meno invasivi.

Le grandi forze trasformative, nella storia dell’uomo, hanno quasi sempre generato anche reazioni contrarie. Più il cambiamento accelera, più nasce il desiderio di recuperare qualcosa che sembra andare perduto. È accaduto con la modernizzazione, con l’industrializzazione, con la rivoluzione digitale. Sta accadendo anche adesso.

E forse uno dei paradossi (termine che avete incontrato spesso) più interessanti dell’intelligenza artificiale è proprio questo: più le macchine imparano a produrre cose perfette, più noi sembriamo affascinati da ciò che perfetto non è.

Per buona parte della nostra storia abbiamo cercato di eliminare l’imperfezione. Abbiamo inventato strumenti per fotografare meglio, registrare senza rumori, scrivere senza errori, cancellare sbavature e imprecisioni. A un certo punto è arrivata anche la chirurgia estetica, ma questo è un altro discorso…

La corsa alla perfezione ha prodotto risultati straordinari. Per molto tempo, però, la perfezione è stata costosa: richiedeva tempo, tecnologie sofisticate e competenze specialistiche non alla portata di tutti.

Oggi il rapporto si è quasi ribaltato. L’intelligenza artificiale rende la perfezione economica, istantanea e abbondante. Un’immagine impeccabile può essere prodotta in pochi secondi. Una voce può essere ripulita, una fotografia corretta, un testo riscritto, una sbavatura eliminata. E ciò che fino a poco tempo fa richiedeva ore di lavoro e competenze specifiche può essere ottenuto quasi immediatamente.

Ed è proprio quando la perfezione diventa così facile da ottenere che rischia di perdere una parte del proprio valore.

Per questo motivo stiamo tornando a guardare con occhi diversi ciò che perfetto non è.

Una cosa fatta male, tuttavia, non vale più di una cosa fatta bene. Sarebbe una singolarità troppo comoda. Una fotografia sfocata resta una fotografia sfocata e un tavolo costruito male resta un tavolo costruito male.

Quello che sta cambiando è il nostro sguardo.

In un mondo nel quale produrre qualcosa di impeccabile sarà sempre più facile, potremmo cominciare a cercare altrove ciò che rende una cosa preziosa. Non nella perfezione del risultato, bensì nel tempo impiegato per ottenerlo, nel gesto, nell’intenzione, persino in quella piccola irregolarità che racconta che qualcuno, dall’altra parte, c’era davvero.

Il rischio, naturalmente, è che anche l’imperfezione diventi una posa. Potremmo iniziare a sporcare artificialmente le fotografie, a rendere meno precise le immagini, a inserire errori nei testi soltanto per dimostrare che dietro c’è un essere umano.

Sarebbe l’ennesimo paradosso: dopo aver costruito macchine capaci di imitarci quasi perfettamente, potremmo chiedere alle stesse macchine di imparare anche a sbagliare.

A quel punto distinguere una cosa fatta male da una cosa fatta male apposta potrebbe diventare molto più difficile di quanto immaginiamo.

Sarà probabilmente proprio questa la nuova sfida: capire dove finisce l’imperfezione e dove comincia la sua imitazione.

Torneremo allora a osservare quella venatura irregolare nel legno, la fotografia leggermente sfocata, una firma quasi illeggibile. Non perché siano più belle e nemmeno perché tutto ciò che è umano debba necessariamente essere imperfetto.

Semplicemente perché raccontano qualcosa che per molto tempo abbiamo cercato di cancellare: il gesto di chi le ha fatte.

Abbiamo trascorso secoli a perfezionare gli strumenti con cui correggere i nostri errori. Adesso abbiamo costruito macchine che possono evitarne molti al posto nostro. Presto sapranno probabilmente riprodurre anche quelli.

E allora una cosa fatta male potrebbe acquistare un valore nuovo.

Non perché è fatta male ma perché qualcuno l’ha fatta.

 

Dott. GIUSEPPE CAMMARATA

06/09/2026