“L’inquinamento che fa bene”

11/10/2025
Tempo di lettura: 3 minuti

Prosegue l’appuntamento con la rubrica ‘Rotta di collisione’ curata dal dott. Alessandro Guarnera.

L’argomento di oggi è l’inquinamento, tanto vituperato ma mai affrontato se si considera che, a fronte di proclami non ci sono iniziative concrete per rimuoverlo. Per non parlare del fatto che dal male può nascere il bene. E noi, da buoni ‘fuori rotta’ lo dimostriamo.

 

“La nostra ricchezza nasce spesso dal male che facciamo finta di non vedere
Se pronunciate la parola inquinamento senza aggiungere parole come bonifica, emergenza, green ecc…vi guarderanno malissimo. È diventata una parola tabù, un marchio d’infamia. Eppure, se guardiamo alla storia con onestà, ci accorgiamo che gran parte del progresso, quello reale, fatto di industrie, salari e infrastrutture è nato proprio da lì: dal fumo delle ciminiere, dalle raffinerie, dai processi che oggi demonizziamo e combattiamo.

Abbiamo convissuto con un “male necessario” che ha garantito benessere, posti di lavoro e sviluppo per noi e per i nostri genitori. Ma ammetterlo pubblicamente è diventato politicamente scorretto.

La nostra Gela è uno degli esempi più lampanti. Negli anni ’60, con l’arrivo del polo petrolchimico, la città si trasformò. Case nuove, stipendi sicuri, modernità. Per migliaia di famiglie fu una svolta epocale. Il petrolchimico non era solo una fabbrica: era la locomotiva economica di un territorio che fino ad allora era rimasto ai margini.
L’inquinamento era percepito come il prezzo inevitabile dello sviluppo.

Oggi, a distanza di decenni, gli stessi territori guardano indietro con indignazione, come se quella ricchezza non fosse mai esistita. In realtà, è stata proprio la “fabbrica cattiva” a costruire la Gela moderna.

Un patto sociale implicito, firmato da un’intera comunità e poi rimosso dalla memoria collettiva. Inquinamento in cambio di benessere.
Molti processi produttivi sono stati accolti come rivoluzioni, e solo decenni dopo si è scoperto che erano dannosi. L’amianto era la fibra “miracolosa”. I pesticidi chimici hanno sostenuto l’agricoltura intensiva mondiale.

Oggi lo stesso accade con le batterie al litio e i pannelli solari: simboli della “transizione verde”, ma con catene produttive fatte di miniere devastanti, sfruttamento minorile e scarti tossici. Diciamolo ora e dimentichiamolo subito. Non possiamo fermare il progresso che nella fase pionieristica è quasi sempre inquinante.
Ce ne accorgiamo solo dopo, quando la tecnologia è ormai matura e le società si sentono pronte a fare i conti morali, proprio come stiamo facendo a Gela con i processi farlocchi al cane a sei zampe.

Del resto quali limiti di inquinamento furono superati se i limiti di legge non esistevano?
La grande ipocrisia è quella dei Paesi occidentali. Predicano sostenibilità in patria, ma delocalizzano le produzioni più sporche nei paesi poveri. Le nostre acciaierie chiudono, ma quelle in Cina lavorano a pieno ritmo per produrre ciò che poi importiamo.

Le nostre città diventano “verdi”, ma i rifiuti elettronici finiscono in Africa.
Così ci sentiamo virtuosi, ma solo perché abbiamo spostato l’inquinamento fuori dal nostro campo visivo. Moralismo a basso costo: ciò che è verde da noi è nero da altre parti.

Nessuno nega l’importanza di proteggere l’ambiente. Ma raccontare il progresso come se fosse nato pulito è una favola consolatoria. L’inquinamento è stato, e in larga parte è ancora, uno strumento potente di sviluppo. Fingere che non sia così non ci renderà più sostenibili, solo più ipocriti.
E’ arrivato il momento di dircelo: esiste un “inquinamento che fa bene”, nel senso che ha generato ricchezza, infrastrutture, conoscenza e progresso.

Non per celebrarlo, ma per imparare davvero a gestirlo, invece di nasconderlo sotto il tappeto verde delle buone intenzioni.
Se vogliamo davvero cambiare rotta, dobbiamo partire dalla verità: lo sviluppo ha sempre avuto un costo ambientale. Riconoscerlo non è cinismo.

Dobbiamo costruire modelli produttivi intelligenti iniziando a dire fino a che rischio ambientale vogliamo sporgerci. Lo dobbiamo all’intelligenza umana”.

Dott. Alessandro Guarnera

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