Cosa lega Dinu Adameșteanu a Gela?

27/11/2025
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Bello di una bellezza maschia per eccellenza, alto e vigoroso.  Cosa legs Dinu Adameșteanu  a Gela?

Diamo uno sguardo alla storia attraverso i contenuti wiki. Nasce a Toporu, 25 marzo 1913 e muore a Policoro, 21 gennaio 2004 a 91 anni;  è stato un archeologo rumeno naturalizzato italiano, pioniere e promotore dell’applicazione delle tecniche di aerofotografia e prospezione aerea nella ricerca e ricognizione archeologica.

Dal 1958 al 1964, fu direttore della Aerofototeca del Ministero della pubblica istruzione; fu professore, all’Università di Lecce, di Etruscologia e antichità italiche, di topografia dell’Italia antica oltre che direttore dell’Istituto di Archeologia, del Dipartimento di Scienze dell’Antichità, e della Scuola di specializzazione in Archeologia classica e medievale presso la medesima università.

Come funzionario statale, al vertice delle Soprintendenze di Basilicata e Puglia, si distinse per la tutela dalle aggressioni ai territori di interesse archeologico e per la creazione e lo sviluppo di una qualificata rete di musei, di rango nazionale, per promuovere una politica che vedesse l’esposizione dei ritrovamenti archeologici nei pressi dei siti archeologici originari.

Quinto di dieci figli di un pope della Chiesa ortodossa rumena, ricevette una formazione accademica al pari di tutti gli altri: suo fratello, il veterinario Ion Adameșteanu, è stato uno dei fondatori della scuola rumena di patologia veterinaria. Sua nipote è Gabriela Adameșteanu (n. 1942), figlia di Mircea (terzo dei dieci figli), affermata scrittrice rumena.

Condusse i suoi primi scavi a partire dal 1935 sul Mar Nero, nel sito della colonia milesia di Histria, sotto la guida di Scarlat Lambrino, noto epigrafista e storico rumeno, professore universitario e socio corrispondente dell’Accademia Rumena, direttore degli scavi archeologici di Histria (1928-1940)[2] e del Museo Nazionale di Antichità di Bucarest (1938-1940)[3]. In mancanza di evidenze archeologiche di superficie, il suo lavoro, già in quel primo periodo, si avvantaggiava dell’uso della fotografia aerea per l’individuazione dei resti, un metodo che egli avrebbe fatto approdare in Italia e che avrebbe continuato ad applicare in campagne di scavo da lui dirette, negli anni dal 1959-60, in Afghanistan, Israele (Cesarea marittima) e in altre aree mediorientali, sotto l’egida dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente (Is.M.E.O, oggi Is. I.A.O.-Istituto Italiano per l’Africa e l’Orientale.

 

Trasferitosi dalla Romania in Italia nel 1939, divenne membro (1940-1942) e quindi bibliotecario (1943-1946) dell’Accademia di Romania a Roma. A Roma si laurea con Gaetano De Sanctis, e stringe una lunga amicizia con il numismatico Attilio Stazio.

Lo scoppio della seconda guerra mondiale e l’evoluzione politica del suo paese in quegli anni avranno pesanti ripercussioni sulla sua vicenda biografica. Con la perdita della cittadinanza rumena, il suo status si trasforma in quello di profugo apolide: risale a questi tempi il primo incontro con Mario Napoli, anch’egli futuro archeologo, conosciuto all’interno del campo profughi di Bagnoli.

 

Alla fine del 1949, in uno stato di semi-clandestinità dovuto alla sua condizione di apolide, può continuare la sua attività di ricerca solo grazie alla benevolenza e alla disponibilità di amici e colleghi, da cui viene chiamato a partecipare alla ricerca archeologica in Sicilia. Il professor Luigi Bernabò Brea, Sovrintendente archeologico della provincia siracusana, lo invia a prender parte all’esplorazione dei siti di Siracusa e Leontini. In quest’ultima città, una serie di sondaggi permettono di individuare e portare poi alla luce le fortificazioni della polis siceliota, con mura che si sviluppano con spessori di 20 metri sulla collina di San Mauro e culminano a sud nella “Porta siracusana”, citata da Polibio, portata alla luce proprio in quell’occasione.

 

In Sicilia, inoltre, su invito del dr. Pietro Griffo, soprintendente di Agrigento, viene chiamato a dirigere l’esplorazione di Butera e di Gela, che Adameșteanu compirà in stretta collaborazione con Pietro Orlandini, portando avanti, in particolare, negli anni dal 1951 al 1961, la ricerca nell’area dell’antica fortificazione siceliota, che portò al rinvenimento delle Mura Timoleontee nell’area di Caposoprano. Qui ha lavorato con i pionieri della archeologia vissuta a tutto tondo come Pasquale Burgio, padre del dott. Burgio dipendente del Parco Acheologico di Gela, conosciuto negli ambienti della cultura locale frequentati da Giuseppe Blanco, Nunzio Vicino. Personaggi che hanno vissuto gli anni della costruzione del Museo storico e della scoperta delle Mura e che hanno lasciato negli scritti le loro testomonianze.

 

In questa fase Adameșteanu fa suo un tema culturale già caro a Vasile Pârvan, che nel suo Getica aveva posto l’accento sull’importanza dello studio dei rapporti tra colonizzatori greci e popolazioni indigene, un filone divenuto in seguito di grande attualità nella ricerca storica e archeologica.

 

I risultati della ricerca in Sicilia furono pubblicati, insieme con Orlandini, in tre volumi dedicati alla fortezza di Gela e all’antico territorio della colonia in “Notizie degli Scavi” della Accademia Nazionale dei Lincei e in altre riviste, come “Revue Archeologique”, “Archeologia Classica”, “Bollettino d’Arte”

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