La Segretaria Generale CGIL Caltanissetta Rosanna Moncada commenta la condizione del lavoro in sanità alla luce della crisi da stress del medico della Guardia medica di Caltanissetta che ha chiuso un paziente in una stanza, stremato.
“La cronaca, con la sua spietata puntualità, ha recentemente squarciato il velo di ipocrisia su una realtà drammatica e non più ignorabile. Il recente episodio avvenuto all’interno di una delle nostre guardie mediche, dove un medico in prima linea è stato travolto da una crisi evidente andando in escandescenze, non può essere archiviato come un semplice fatto di cronaca privata. Al di là delle dinamiche personali, quell’episodio è il sintomo visibile di un disagio profondo, amplificato da un contesto lavorativo che troppo spesso lascia soli i propri operatori.
Questo crollo emotivo, purtroppo, non è un caso isolato, ma si inserisce in un quadro di sofferenza istituzionale ben più ampio. Non si può non pensare, infatti, alla drammatica scia di suicidi che continua a colpire i giovani delle forze dell’ordine e della polizia penitenziaria, sia in Sicilia che nel resto del territorio nazionale.
Prima ancora di analizzare i singoli casi, dobbiamo guardare a un fenomeno invisibile che riguarda, chi più chi meno, tutte le lavoratrici e i lavoratori. L’attuale organizzazione del lavoro, improntata a una frenesia costante e a ritmi asfissianti, sta distruggendo i legami umani nei luoghi di lavoro. Travolti dalle scadenze, dai turni e dalle performance, si corre così tanto da non avere più il tempo e a volte la forza mentale di guardare chi ci sta accanto.
È una solitudine di massa:ci si ritrova a condividere lo stesso spazio lavorativo per ore, senza accorgersi che un collega sta male, che sta soffrendo in silenzio o che è vicino al punto di rottura. Questa mancanza di tempo per l’altro disumanizza i luoghi di lavoro e toglie quella prima, fondamentale rete di protezione sociale e solidarietà che da sempre ha caratterizzato il mondo del lavoro.
Troppo spesso, di fronte a queste tragedie si scava nella mente della vittima, si cercano fragilità personali, predisposizioni caratteriali o colpe emotive. La verità è un’altra, ed è molto più scomoda: dobbiamo smettere di guardare solo alle condizioni psichiche dei singoli e iniziare finalmente a guardare alle loro condizioni di lavoro e di vita.
Il burnout, l’ansia da prestazione, il senso di isolamento e la disperazione non nascono dal nulla. Sono il prodotto diretto di contesti lavorativi diventati opprimenti, insostenibili e disumanizzanti.
I disturbi psichici da stress lavoro-correlato riconosciuti rappresentano solo la punta dell’iceberg. La stragrande maggioranza dei lavoratori non denuncia la malattia professionale per paura dello stigma sociale o di ripercussioni sulla carriera.
Il posto fisso non basta più: il lavoro deve garantire serenità
Dobbiamo avere il coraggio di dire ad alta voce che il paradigma è cambiato. In passato, e specialmente nella nostra terra storicamente affamata di occupazione, il lavoro sicuro e stabile rappresentava il traguardo definitivo, l’unico obiettivo per cui si era disposti a sopportare qualsiasi sacrificio.
Oggi non è più, e non deve essere più, così. Avere un lavoro sicuro sulla carta non basta, se poi quel lavoro si trasforma in una prigione che divora il tempo, le energie e la salute. La stabilità contrattuale è un diritto fondamentale che noi difendiamo ogni giorno, ma deve viaggiare di pari passo con la serenità delle condizioni di vita. Il lavoro non può essere un peso che annienta l’individuo.
I nostri giovani, e le tante lavoratrici e lavoratori sotto pressione, ci stanno dicendo proprio questo: non sono disposti a barattare la loro salute mentale in cambio di uno stipendio. Nei presidi sanitari e nelle guardie mediche, medici e infermieri operano in condizioni di totale solitudine, costretti a farsi carico delle carenze strutturali di un sistema al collasso.
Nelle carceri e nei corpi dello Stato, i giovani si trovano in ambienti ad altissima tensione emotiva, dove la carenza di personale e la turnazione asfissiante trasformano la divisa in una gabbia. Nel settore privato, nei servizi e nella grande distribuzione, dove i lavoratori sono ostaggi della precarietà contrattuale, di algoritmi che dettano ritmi disumani e di una flessibilità esasperata che cancella il confine tra tempo di lavoro e tempo di vita.
Nel mondo della scuola e del terziario, dove il personale è sommerso da adempimenti burocratici alienanti, richieste pressanti e retribuzioni inadeguate, vivendo una costante perdita di senso della propria missione professionale.
Non possiamo più assistere inermi a questa strage silenziosa o a crolli emotivi che sono vere e proprie grida d’aiuto. Come CGIL chiediamo con forza: meno carichi di lavoro e più assunzioni nella sanità, nel comparto sicurezza e in tutti i settori in sofferenza; diritto alla disconnessione e al benessere psicologico: Il lavoro deve integrarsi con la vita, non sostituirla. Servono presidi di ascolto strutturati, affinché chiedere aiuto non sia più uno stigma.
Il “male di vivere” affonda le radici nel modo in cui oggi si è costretti a lavorare. Cambiare queste condizioni, rendendo il lavoro un luogo di emancipazione e non di oppressione, è un imperativo morale per salvare le vite dei nostri lavoratori”.
