GELA – Un giorno da ricordare il 24 febbraio. La Nave dei relitti greci è in mostra. Si tratta di una nave di tipo commerciale, che si colloca cronologicamente alla fine del VI sec. a.C. lunga circa 20 metri, se si considera la ruota di poppa.
Un unicum in tutto il mondo greco per la tecnica di costruzione mista a giunture con fibre vegetali passanti attraverso fori rafforzati da perni tra la chiglia e il torello e da spinotti dal contro torello e nella parte superiore del fasciame e a mortase e tenone alternati a giunture presenti invece nelle curvature e precisamente in prossimita’ della prua e della ruota di poppa.
Il team per l’assemblaggio della nave e’ stato composto dal Direttore dei lavori arch. Filippo Ciancimino funzionario della Soprintendenza di Caltanissetta, dagli archeologi subacquei Dott.Leonardo Abelli e dalla Dott.ssa Maria Vittoria Agosto, dal Restauratore di Beni Culturali del Parco archeologico di Gela Dott. Salvatore Burgio, dal dipendente della Soprintendenza di Caltanissetta Carmelo Mosca e dalla Ditta Cavarra Francesco con i suoi collaboratori Sebastiano Di Corrado ed Egidio.
Entriamo dentro il Museo dei Relitti greci, con un book fotografico che vi farà vedere ogni vetrina.
Il progettista dell’allestimento definitivo ha scelto di adagiarla su un letto di sabbia, una novità rispetto al passato che ha vedeva deposta in una base di plexiglas che ricordava lo specchio delle acque. Nel nuovo Museo viene ricostruito il contesto della Nave con frammenti di anfore chiote e altri manufatti ceramici che si trovavano realmente nella Nave e facevano parte del carico. Le anfore chiote sono adibite al trasporto che contenevano olio e vino: questo era carico del mezzo commerciale e non da guerra.
Gli atri manufatti attestano la vita di bordo.

La prima vetrina apre il percorso con gli aspetti divinatori: contiene arule, coppette che ricordano la vita dei mariai nell’aspetto divinatorio. L’equipaggio dedicava una parte della giornata alla preghiere, alle invocazione per propiziarsi i benefici delle divinità.
Fanno parte del corredo per i rituali una statuetta acefala di divinità assisa in trono, un cinghialetto ed un braccino con una mano.
Nella foto sottostante si vede la vetrina rituale con tutti i materiali dedicati ai riti. Il Museo si apre con i manufatti rituali.

La seconda vetrina è dedicata alle pratiche di bordo, alla vita quotidiana. Anfore, olpe un contenitore con una parte mancante e piccoli contenitori.


In questa vetrina ci sono anche le ceste in vimini che servivano per la vita di ogni giorno e che rispettano il contesto di rinvenimento, le lucerne e piccoli contenitori per gli usi dei marinai. Solo una di queste è stata rinvenuta nel relitto Gela 2.

Alcune anfore sono giunte in parte: il collo, l’ansa. Quella integra è un’anfora chiota e le alte sono samie, massaviote, corinzie e rappresentano la vita di bordo oltre a quelle stipate nello scafo che costituivano l’elemento commerciale da trasporto come era caratteristica della Nave.

Lavori a bordo: l’amo per la pesca che serviva ai pasti dei marinai e la fuseruola

Altri lavori a bordo: una serie di chiodi in bronzo. Un chiodo di questi ha ancora le conchiglie attaccate.


Questa vetrina è dedicata l relitto Gela 2, la Nave che verrà esposta l’anno prossimo con un allestimento a sè stante con un ampliamento ad hoc. La Nave Gela 2 è da guerra quindi ha un carico diverso come diversa è la datazione, più tarda rispetto alla Gela 1 che viene ammirata oggi.

Lato posteriore del Relitto Gela 2. C’è lo strigile che presenta che concrezioni carbonatiche del cloruro di sodio e sale di mare.
Questa è la vetrina dedicata ad un elmo corinzio di VI secolo e nella parte posteriore gli oricalchi che non appartegono al Relitto Gela 1 . Il rinvenimento ad opera di un gruppo di sub fra cui Franco Cassarino è stato particolarmente importante.

Ecco gli Oricalchi ancora allo studio degli archeologi.
L’oricalco è una lega metallica preziosa di rame e zinco, simile all’ottone, nota nell’antichità per il suo colore dorato e il valore elevato, secondo solo all’oro. Citato da Platone come metallo di Atlantide, fu realmente utilizzato dai Romani per coniare sesterzi e dupondi in epoca augustea. Il termine deriva dal greco oreikhalkos (“rame di montagna”).
Secondo Platone nel Crizia, l’oricalco risplendeva con una luce rossa ed era usato per rivestire le mura del tempio di Poseidone ad Atlantide.
Nel 2015, sono stati ritrovati al largo di Gela, in Sicilia, lingotti di oricalco in un relitto del VI secolo a.C., confermandone l’esistenza come lega di rame, zinco e piccole percentuali di altri. Durante l’Impero Romano (specialmente con Augusto), l’oricalco era usato per monete di valore medio, come i sesterzi, apprezzato per la sua lucentezza simile all’oro

Infine la Vetrina con tre askoi contenitori di unguenti ed una oinokoe ovvero un’anfora dove è raffigurata Atena con una lancia che uccide il gigante costituiva il materiale di pregio della Nave.
