
Continuiamo a raccontarci che le sanzioni stanno soffocando la Russia. I numeri dicono altro, e forse è ora di ammetterlo.
Guerra e sanzioni un prezzo lo hanno imposto. Mercati occidentali chiusi, tecnologie irraggiungibili, bilancio pubblico stravolto dalla spesa militare. Tutto vero. Ma il collasso previsto da analisti ed economisti non è arrivato. Il PIL russo è cresciuto del 4,9% nel 2024 e dell’1% nel 2025. Disoccupazione ai minimi, consumi interni in tenuta. Altro che ginocchio a terra.
Certo, Mosca paga inflazione, tassi alti, dipendenza crescente da Pechino e dai mercati asiatici. Ma è un conto molto diverso dal tracollo annunciato.
E qui arriva la domanda scomoda, quella che i talk show evitano. Mentre la Russia riconvertiva la sua economia alla guerra, l’Europa smontava pezzo per pezzo il proprio sistema energetico, sostituendo il gas russo, a caro prezzo, con il GNL americano. Chi ha pagato di più per ottenere cosa?
Non è una domanda sulla solidarietà a Kiev, né sulle responsabilità dell’aggressione. È una domanda economica, secca. Quando le macerie saranno ricostruite, resterà comunque una nuova mappa di competitività industriale ed energetica. E su quella mappa, a conti fatti, l’Europa potrebbe scoprire di aver perso più di quanto ha fatto perdere.