
Agosto 2021. All’aeroporto di Kabul c’è gente ovunque. Migliaia di esseri umani corrono sulla pista, si accalcano davanti agli ingressi cercando un posto sugli aerei militari americani che stanno lasciando l’Afghanistan. Gli Stati Uniti se ne vanno dopo vent’anni di guerra.
Le recinzioni dell’aeroporto sono protette da alte barriere e filo spinato. Molti genitori, schiacciati dalla folla, sollevano i bambini e li passano di mano in mano sopra la calca, fino ai soldati posizionati dall’altra parte.
Temono le ritorsioni dei talebani o vogliono semplicemente garantire un futuro sicuro ai propri figli. Alcuni sono disposti persino a separarsene pur di non lasciarli in Afghanistan.
Un aereo da trasporto comincia a muoversi. Alcuni uomini gli corrono accanto, altri si aggrappano al carrello, alla fusoliera, a qualsiasi cosa permetta loro di restare attaccati. Qualcuno riesce persino a salire sopra una parte dell’aereo.
L’aereo infine decolla. Le immagini fanno il giro del mondo. Alcune persone precipitano nel vuoto. Intanto, fuori dall’aeroporto, i talebani sono già tornati a Kabul.
Hanno impiegato poche settimane per riprendersi il Paese: le città sono cadute una dopo l’altra, quasi senza combattere. Il presidente Ashraf Ghani è fuggito e l’esercito afghano si è dissolto.
Davanti alle telecamere si consuma il ritorno: i nuovi, vecchi padroni dell’Afghanistan, i talebani, cercano di rassicurare il mondo. Dicono di essere cambiati e promettono che rispetteranno i diritti delle donne, naturalmente dentro i confini della legge islamica.
C’è qualche motivo per non credergli. Bisogna tornare indietro di vent’anni.
Nel 2001 l’Afghanistan dei talebani era diventato per buona parte dell’Occidente l’immagine di un mondo lontanissimo dal nostro: donne coperte dal burqa, uomini armati agli angoli delle strade, esecuzioni pubbliche, statue distrutte.
E bambine che non potevano andare a scuola.
Sotto il primo regime talebano le donne erano state progressivamente cancellate dalla vita pubblica. Non potevano frequentare l’università, in molte città le scuole femminili erano state chiuse, il lavoro era fortemente limitato, così come la possibilità di muoversi liberamente.
A Kabul alcune bambine continuavano comunque a studiare di nascosto. Scuole improvvisate dentro case private, libri tenuti lontano dalle finestre, insegnanti che rischiavano una punizione semplicemente perché continuavano a insegnare.
Poi arrivò l’11 settembre, arrivò la guerra e, quando i talebani caddero, le scuole riaprirono.
Per vent’anni abbiamo immaginato, o forse ci siamo semplicemente raccontati, che quella storia fosse finita. Arrivavano saltuariamente notizie e segnali che suggerivano che non fosse proprio così. Il lieto fine, però, si sa, piace di più.
Non era vero infatti.
Nell’agosto del 2021 il tempo fa una torsione all’indietro indietro. Per qualche settimana l’Afghanistan occupa nuovamente le prime pagine dei giornali. Guardiamo Kabul, l’aeroporto, gli ultimi soldati americani, le donne che cercano di capire quale vita le aspetti. Gli aerei partono e con loro il nostro interesse.
Sono passati cinque anni.
In questi giorni, mentre da noi ricomincia la scuola, milioni di bambini tornano nelle loro classi. Ci lamentiamo, con ragione, del traffico davanti agli istituti, dei libri che costano troppo, degli insegnanti che mancano, degli orari ancora provvisori. I genitori fotografano i figli con lo zaino sulle spalle e qualche bambino, un po’ intimorito, entra in prima elementare tenendo ancora la mano della mamma.
A qualche migliaio di chilometri da qui ci sono bambine per le quali la scuola ha invece una sola certezza: la data di scadenza.
In Afghanistan le ragazze non possono frequentare l’istruzione formale oltre il sesto anno e, dal dicembre 2022, le donne non possono frequentare neppure l’università.
Secondo l’UNICEF, nei cinque anni trascorsi dal ritorno dei talebani al potere, più di 2,6 milioni di ragazze sono state private dell’istruzione secondaria. L’Afghanistan è oggi l’unico Paese al mondo nel quale l’istruzione secondaria e superiore è vietata alle ragazze e alle donne.
Cinque anni sono poca cosa nella storia di un Paese, ma nella vita di un bambino sono tantissimi.
Pensiamo un attimo: una bambina che nell’estate del 2021 aveva dieci anni oggi ne ha quindici, una ragazza che ne aveva dodici oggi ne ha diciassette.
Noi in questi cinque anni abbiamo attraversato guerre, elezioni, crisi economiche. Abbiamo scoperto ChatGPT, discusso di intelligenza artificiale, cambiato telefoni, governi, abitudini.
In questi cinque anni, loro sono cresciute. Senza poter tornare in una classe.
Il dramma, tuttavia, non si ferma alla scuola. Alle donne afghane sono state imposte restrizioni sul lavoro, sugli spostamenti, sull’accesso agli spazi pubblici. Alla fine del 2024 è arrivato anche il divieto per le donne di formarsi negli istituti di scienze sanitarie. L’UNICEF stima che, se le attuali restrizioni continueranno, entro il 2030 l’Afghanistan potrebbe perdere fino a 20 mila insegnanti donne e 5.400 professioniste sanitarie.
È una conseguenza che va oltre la vita delle ragazze alle quali oggi viene impedito di studiare. Togliere una bambina dalla scuola significa togliere un’insegnante alla scuola di domani. Impedire a una ragazza di studiare medicina significa togliere una dottoressa alle donne che un giorno avranno bisogno di essere curate.
È un meccanismo perfetto. E terribile.
Da questa parte del mondo discutiamo molto della condizione femminile. Parliamo di discriminazioni, differenze salariali, violenza di genere, linguaggio, rappresentazione, patriarcato. Sono discussioni necessarie, difficili, spesso esasperate dalla polarizzazione con cui ormai affrontiamo ogni questione.
Parliamo di tutto ciò, ma abbiamo smesso di parlare di un luogo nel quale la subordinazione delle donne non è soltanto una mentalità da combattere o l’eredità di una cultura difficile da superare.
È diventata legge, poi divieto e infine sistema.
Non serve stabilire, sia chiaro, quale discriminazione sia più importante di un’altra. I diritti non funzionano per graduatorie.
Dovrebbe però interrogarci la facilità con cui siamo riusciti ad abituarci a tutto questo o, peggio, a cancellarlo. Perché? Perché le tragedie hanno bisogno di immagini nuove per continuare ad esistere nel nostro campo visivo.
Finché ci sono gli aerei che decollano da Kabul e la folla che corre sulla pista, guardiamo, siamo lì. Quando gli aeroporti si svuotano e rimangono soltanto milioni di vite incerte, cambiamo canale o scrolliamo.
Le bambine afghane sono rimaste lì.
A volte i fiori, pur di nascere, riescono a spaccare l’asfalto. Così alcune continuano a studiare clandestinamente. Esistono lezioni organizzate nelle case, programmi educativi via radio, televisione e internet. Ci sono famiglie e insegnanti che cercano di tenere aperta una porta che qualcuno continua a voler chiudere.
Ma anche questo lo avevamo già visto. Nel 2001.
È questa, in fondo, la parte più difficile da accettare. Venticinque anni fa guardavamo le bambine di Kabul costrette a nascondersi per studiare e pensavamo che quelle immagini raccontassero un mondo destinato a scomparire. Troppo lontano da noi per sopravvivere.
Oggi alcune bambine di Kabul si nascondono ancora per imparare. E noi, nel frattempo, abbiamo semplicemente smesso di guardarle.
Dott. GIUSEPPE CAMMARATA