Piazza Armerina – “Coloro che possiedono terreni edificabili o case dismesse, data l’emergenza, potrebbero venderli o affittarli, non approfittando della circostanza e soprattutto venendo incontro ai loro bisogni con prezzi modici. Sarebbe un segno di testimonianza evangelica davvero straordinario”, è uno dei passaggi della lettera aperta del Vescovo di Piazza Armerina alla comunità di Niscemi dal titolo “Destiamo le nostre coscienze.
Niscemi come si ricorderà lo scorso mese di gennaio fu colpita da un grande evento franoso a ridosso della parte sud del centro abitato, con la distruzione di numerosi edifici e l’evacuazione di oltre 1.600 abitanti, comportando la delimitazione di una zona rossa.
Un accorato appello, quello di mons. Gisana, perché “l’esperienza amara della frana, che
ha colpito molte nostre famiglie, in particolare alcune lasciandole sul lastrico, non può essere trascurata, o peggio ancora dimenticata”.
Per mons. Gisana, oltre le promesse fatte nei mesi passati, per le quali auspica che siano mantenute; “è necessaria la certezza di una solidarietà concreta e realistica, che vada incontro alle esigenze di tutti coloro che hanno perso la loro casa. Questo diventa segno della “concretezza della nostra scelta di fede, la quale ha come misura la donazione di sé agli altri nel modo d’amare di Gesù, per primo e senza condizioni”.
Oltre i tanti bisogni che “sono variegati che in qualche modo vengono soddisfatte da parenti e amici – mons. Gisana chiede – che coloro che possiedono terreni edificabili o case dismesse, data l’emergenza, potrebbero venderli o affittarli, non approfittando della
circostanza e soprattutto venendo incontro ai loro bisogni con prezzi modici. Sarebbe un
segno di testimonianza evangelica davvero straordinario, sia perché diamo riscontro, mediante tali scelte, al nostro essere cristiani davanti a Dio, sia perché con esse esprimiamo senso di vera partecipazione al bisogno di una città”.
“L’appartenenza a Niscemi, nella forma più matura possibile, – continua il Vescovo – si coglie dal modo come la rispettiamo e dai gesti che compiamo per i nostri
concittadini, che sono fratelli e sorelle in virtù di una consanguineità che va oltre la parentela”.
“È necessario – conclude il Vescovo – che impariamo dall’amore di Gesù a rinunciare ai nostri interessi, venendo incontro a quelli altrui in condizione di bisogno: un segno forte di contraddizione che pone le basi, perché si dica che Niscemi è quella città sul monte che fa vedere la luce di opere buone, mediante cui si dà gloria a Dio che è Padre di tutti (cfr. Mt 5,14-15)”.
Ecco il testo della lettera:
“Mi rivolgo a voi, carissimi fratelli e sorelle del vicariato di Niscemi, per un accorato appello,
rammentando quello che è accaduto il 25 gennaio scorso. L’esperienza amara della frana, che ha colpito molte nostre famiglie, in particolare alcune lasciandole sul lastrico, non può essere trascurata, o peggio ancora dimenticata. Può accadere che, a causa dei nostri bisogni personali, talvolta anche preoccupanti, si rimuovano le angosce altrui. Se questo in parte è comprensibile, dall’altra occorre che si tenga conto di quello che, come discepoli di Gesù, ci comunica il vangelo. Condividere ciò che possediamo è un dovere cristiano, legato alla scelta che abbiamo fatto del Signore, accogliendo con semplicità le parole della sequela: «Se qualcuno vuol venire dietro di me rinneghi sé stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà» (Mc 8,34-35). È interessante capire il senso che Gesù dà alla croce, il cui simbolo è per noi connotativo di un’autentica scelta di fede. Si potrebbe anche dire che la fede non ha altra misura che la croce, a partire dal significato esplicativo che le dà Gesù stesso: la salvezza della propria vita dipende dal modo come condividiamo, o meglio doniamo noi stessi agli altri. Il dono di sé è un aspetto importante dell’agire cristiano, perché ci conforma al modo come Gesù, da Verbo incarnato, ha vissuto la sua vita terrena. È la ragione dell’inciso:
«per causa mia e del vangelo», desiderosi di compiere quello che il maestro farebbe al posto nostro.
È proprio questo desiderio che vogliamo realizzare, sollecitati dall’insegnamento di Gesù, la cui occasione è data dalla tragica congiuntura di questi nostri fratelli e sorelle che, avendo perso la casa, si chiedono quale prospettiva possano loro avere da qui in avanti. Le promesse, fatte in questi mesi, sono tante e probabilmente – lo speriamo – saranno tutte adempiute. La certezza però di una solidarietà, concreta e realistica, che venga incontro alle loro esigenze, non ha altra fonte, oltre alla benevolenza di Dio, che la nostra vicinanza. Anch’essa frutto di quell’amabilità che si matura a forza di cogliere nella propria vita la misericordia di Dio.
D’altronde, lo afferma con perentorietà Gesù nelle beatitudini: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5,7), ove il verbo «trovare misericordia», al passivo, lascia intendere che l’atto di misericordia compiuto nei confronti degli altri dipende dal modo come si recepisce consapevolmente la misericordia di Dio nella propria esistenza. Le nostre chiusure, in altri termini, rivelano l’incapacità a capire quanto Dio possa essere
misericordioso nei nostri confronti. E questo, da un punto di vista credente, è molto grave, perché non siamo coscienti di quanto egli ci ami. Se non amiamo di cuore i nostri fratelli e sorelle, come possiamo capire la grandezza dell’amore di Dio; e viceversa, se non sappiamo contemplare in noi ciò che egli opera nella sua benevolenza, come potremmo usare
misericordia verso gli altri? Questo verbo «trovare misericordia» evoca figurativamente un’esistenza, impregnata dell’amore di Dio, sollecita nel comunicarlo agli altri. Se fin dall’inizio non siamo stati indifferenti ai bisogni dei nostri fratelli e sorelle, in virtù di questa grande amorevolezza divina, non possiamo adesso dimenticare o sottacere la giusta e necessaria solidarietà.
Essere stati generati nel battesimo da quest’amore, ci obbliga a perseguire quanto il Signore ha fatto e continua a fare per noi: a rispondere al suo amore con la solidarietà fraterna che si attua aprendo i nostri cuori ai bisogni degli altri. Poiché – direbbe l’autore in 1Gv 4,10 –
«in questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi», la
reciprocità dell’amore fraterno, che pone giuste pretese, è confermato evangelicamente dal
precorrere dell’amore divino, ricevuto senza alcun merito e riversato nei nostri cuori per
mezzo dello Spirito Santo (cfr. Rm 5,5). Ciò svela la concretezza della nostra scelta di fede, la
quale ha come misura la donazione di sé agli altri nel modo d’amare di Gesù, per primo e
senza condizioni (cfr. Gv 15,12; 1Gv 4,19). Questa dimensione della fede, basata sull’amore
preveniente di Dio, costituisce per noi un forte sprone per destare le nostre coscienze,
illuminate dalla grazia. Sì, dalla grazia divina, intesa come aiuto per gli altri, imparando da
Gesù a essere autentici cristiani. È interessante il senso che Paolo dà alla grazia. Egli la
identifica con il modo di donarsi di Gesù, il quale «da ricco che era, si è fatto povero per voi,
perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà» (2Cor 8,9). Se questo è l’amore che
è stato riversato in noi attraverso il battesimo, il nostro modo di relazionarci sarà vicendevole
soltanto in attesa della conversione altrui. Il punto di partenza diventa invece l’amore che non si aspetta nulla dall’altro, che non pone condizione alcuna e soprattutto nella consapevolezza che questo è l’unico modo di seguire Gesù e il vangelo. E c’è pure in questo uno scopo che apre al compimento della redenzione di Dio: promuovere e custodire la dignità dell’altro,
come espressione di una fraternità che elude qualsiasi interesse personale. Tale apertura,
segno della comunione trinitaria in mezzo a noi, si attua, seppur con fatica, contestualizzando
la grazia che è Gesù in quello che facciamo, con gesti di prossimità e rinunciando a qualcosa
di nostro per il bene dell’altro.
La concretezza di quest’amore ci porta a interrogarci su cosa possiamo fare per questi
nostri fratelli e sorelle. Oltre alle esigenze quotidiane che sono variegate e che in qualche
modo vengono soddisfatte da parenti e amici, coloro che possiedono terreni edificabili o case
dismesse, data l’emergenza, potrebbero venderli o affittarli, non approfittando della
circostanza e soprattutto venendo incontro ai loro bisogni con prezzi modici. Sarebbe un
segno di testimonianza evangelica davvero straordinario, sia perché diamo riscontro, mediante
tali scelte, al nostro essere cristiani davanti a Dio, sia perché con esse esprimiamo senso di
vera partecipazione al bisogno di una città. L’appartenenza a Niscemi, nella forma più matura
possibile, si coglie dal modo come la rispettiamo e dai gesti che compiamo per i nostri
concittadini, che sono fratelli e sorelle in virtù di una consanguineità che va oltre la parentela.
E poi se vogliamo che nella nostra città terrena abbia sede, come direbbe Agostino, la città di
Dio, occorre che ci si muova per edificarla più bella possibile. L’incitamento ci viene da
Agostino stesso che nella sua opera De Civitate Dei XIV, scrive: «Due amori diedero
origine a due città: l’amore di sé portato fino al disprezzo di Dio generò la città terrestre;
l’amore di Dio portato fino al disprezzo di sé generò la città celeste». Se vogliamo che questa
città di Dio possa sempre più edificarsi dentro la nostra Niscemi, è necessario che impariamo
dall’amore di Gesù a rinunciare ai nostri interessi, venendo incontro a quelli altrui in
condizione di bisogno: un segno forte di contraddizione che pone le basi, perché si dica che
Niscemi è quella città sul monte che fa vedere la luce di opere buone, mediante cui si dà
gloria a Dio che è Padre di tutti (cfr. Mt 5,14-15)”.
