Niscemi – Un compleanno importante quello di Mario Gori, non solo con lo zero, ma doppio zero. Cento anni anche se manca sulla terra da 56. E come tale è stato festeggiato dai niscemesi che lo hanno onorato in tutti i modi possibili.
Con un busto in bronzo che giganteggia al entro del viale che porta il suo nome:

Il Busto ricalca quello che è custodito al cimitero. “Commissionare un altro calcografia troppo oneroso – ha detto il sindaco Conti – abbiamo voluto onorare il nostro cittadino illustre ed l’eredità letteraria che ci ha lasciato”.
“Lo abbiamo voluto posizionare proprio nel viale – dice l’assessore alla cultura Marianna Avila – in modo che venga ricordato sempre dalle migliaia di persone che vi transitano ogni giorno”.
Il poeta è stato ricordato in un pomeriggio letterario in cui ha parlato lo stesso Gori. Si, proprio lui, con le sue poesie.
Perché è così che parla un poeta eterno.
“Di me non resterà non che parole…” ha lasciato scritto per la sua epigrafe. E le parole fanno vivere i morti per sempre. Come i tragediografi greci, come i latini, dopo 2500 anni.
E le parole di Mario Gori restano e nutrono le menti ed il cuore.
La poesia ‘Cincu e deci’ interpretata dal divulgatore culturale Maurizio Vicari rappresenta un compendio di storia, sicilianita’, ricordo di un tempo felice, la giovane; di uno spaccato di vita vissuta, di giochi con una litania onomatopedica che entra nella mente di chi ascolta prepotentemente.
L’amministrazione comunale ha organizzato un ricordo che resterà indelebile inserito nella trilogia dei tre letterati niscemesi: Giuseppe Blanco, Mario Gori ed Angelo Marsiano.
E intende coinvolgere gli studenti nello studio e nella conoscenza approfondita dei tre studiosi.
Ha iniziato già con l’inaugurazione del Busto a cui hanno partecipato un centinaio di studenti, una delle quali ha intrecciato fra le dita della statua un garofano rosso, simbolo del poeta.
L’incontro di poesia avvenuto al Museo civico ha lasciato poco spazio ai commenti e molto ai versi di Gori. È stato lui stesso a parlare con il frutto della sua mente. A raccontare usi e costumi della sua Sicilia di cui è intrisa a doppio filo la sua opera. Con la pettegola Tuzza che paga la sua maldicenza con una macchia indelebile che si ritorce sul futuro della figlia innocente: non potrà sposare perché su di lei pesa l’onta del peccato della madre.
Uno ad uno i lettori del Gruppo teatro ricerca si sono levati per recitare una poesia, un racconto, un sonetto con maestria e trasporto emotivo trascinando il pubblico in un’emozione collettiva.
Poi una candela accesa ed un foglio lasciato andare hanno reso più suggestivo il momento culturale che inneggiava al “vagabondo sconsolato” o allo “sperduto saraceno di Sicilia”.

Si potrebbe essere tentati di considerare Mario Gori come un poeta isolato, un’anima solitaria ai margini della vita letteraria dell’epoca.
Il poeta di Niscemi fu al contrario uno dei motori più propulsivi e appassionati di quel fertile cantiere culturale che animò la Sicilia nel secondo dopoguerra e nei primi anni Cinquanta.
In un’epoca di profonde trasformazioni sociali, Gori si impose come un vero e proprio catalizzatore d’idee. Attraverso le riviste da lui dirette, riuscì a radunare attorno a sé un nutrito gruppo di giovani intellettuali, muovendosi in sintonia con le grandi esperienze associative dell’isola, come il célebre Gruppo “Alessio Di Giovanni” attivo a Palermo.
L’obiettivo di questo movimento era chiaro: svecchiare i modi e i temi della poesia isolana. Non si trattava di rinnegare la lezione dei classici, bensì di liberare la lingua da un certo provincialismo per farla risuonare all’interno del più ampio e moderno flusso della cultura europea.
Inserita nel clima neorealista del tempo, la poesia di Gori non nasce da mere astrazioni: prende quasi sempre le mosse da un dettaglio quotidiano, da un fatto di cronaca, da un frammento di realtà tangibile per poi elevarsi a riflessione universale.
A fare la differenza è la qualità della sua scrittura: un dettato limpido, una chiarezza espressiva e un rigore formale che permettono di accostare la sua figura ai più grandi maestri della lirica del Novecento italiano. A distanza di decenni dalla scomparsa, riscoprire la lezione di Mario Gori significa rendere giustizia a un autentico protagonista della nostra storia letteraria.
In poco più di due ore il Gruppo teatro ricerca è riuscito a sintetizzare il lavoro di una intera vita seppur breve: l’uomo, il giornalista, il vulcanico e il malinconico Mario Gori. Tutto quello che c’è in un uomo artista.
