GELA – Bisogna riconoscerlo. Quaranta giorni davanti all’ospedale non sono pochi.
Che lo si voglia chiamare sit-in, presidio permanente, protesta istituzionale o, più semplicemente, ostinata presenza, quella del sindaco Terenziano Di Stefano è stata una prova di tenacia e perseveranza che merita rispetto.
Quaranta giorni sono tanti. Sono abbastanza per attraversare un mese intero, salutare Ferragosto, vedere cambiare il calendario e avvicinarsi all’autunno. E sono soprattutto abbastanza per capire se una protesta ha cominciato a produrre qualche effetto concreto.
Ed è proprio qui che nasce la domanda.
Che cosa è cambiato, concretamente, nell’ospedale Vittorio Emanuele di Gela dopo 40 giorni?
La cronologia della protesta è ormai lunga.
Il 29 luglio il sindaco, insieme all’amministrazione, porta simbolicamente il proprio ufficio davanti all’ospedale. Nasce il presidio. Arrivano cittadini, associazioni, rappresentanti politici. Parte una raccolta di firme che raggiunge numeri importanti, fino a superare quota 10.000.
Nel frattempo arrivano incontri, dichiarazioni, visite istituzionali, prese di posizione, promesse, impegni sul potenziamento dei servizi e annunci sul futuro dell’ospedale e del nuovo nosocomio.
La protesta non si ferma nemmeno nei giorni festivi.
E questo va riconosciuto.
Il sindaco non ha mollato.
Ma una cosa è la perseveranza di chi protesta. Un’altra è il risultato della protesta.
E allora proviamo a fare una verifica molto semplice, quasi banale.
Sono arrivati nuovi medici?
Sono state potenziate stabilmente le unità operative?
È arrivata nuova strumentazione?
Sono state installate nuove apparecchiature?
È aumentata concretamente la capacità diagnostica e assistenziale?
Il Pronto soccorso funziona meglio di 40 giorni fa?
I tempi di attesa si sono ridotti?
Il cittadino che oggi entra al Vittorio Emanuele trova un ospedale più efficiente di quello che trovava a luglio?
La risposta, almeno per quello che è dato sapere, sembra essere una sola. Pressoché nulla.
E allora bisogna avere il coraggio di dirlo.
Quarantasei giorni di protesta hanno prodotto un fiume di parole, una mobilitazione importante e oltre 10.000 firme.
Ma sul piano della gestione quotidiana dell’ospedale, al momento, non si vede una svolta concreta.
Le criticità sono ancora lì. Alcune sono certamente reali e documentate. Altre, forse, vengono amplificate dalla narrazione quotidiana della cronaca. Ma il problema è proprio questo. Per affrontarle seriamente bisogna uscire dalla logica dello slogan e entrare nei meccanismi veri del funzionamento di un ospedale.
Quanti medici servono?
In quali reparti?
Quante ore di servizio mancano?
Quali sono le dotazioni organiche previste e quali quelle effettivamente presenti?
Quali apparecchiature sono obsolete?
Quali sono disponibili ma non utilizzate pienamente?
Quali prestazioni possono essere immediatamente potenziate?
E soprattutto quali sono le competenze e le responsabilità dell’ASP, quali quelle della Regione e quali quelle della direzione sanitaria?
Perché anche il senso stesso del sit-in, dopo 46 giorni, meriterebbe forse una definizione più precisa.
Qual è esattamente l’obiettivo?
Il potenziamento dell’ospedale? Bene.
Ma potenziamento significa cosa?
Più medici? Quanti?
Più infermieri? Dove?
Più attrezzature? Quali?
Più servizi? Quali?
Più finanziamenti? Per fare cosa?
Perché dire “potenzieremo l’ospedale” è politicamente rassicurante, ma amministrativamente significa ancora molto poco.
E qui forse bisogna tornare dentro i palazzi.
Non per abbandonare la protesta, ma per trasformarla in un piano operativo.
Una proposta, per esempio, viene spontanea.
Se l’ASP di Caltanissetta dispone di una determinata dotazione complessiva di medici, perché non verificare fino in fondo se quella dotazione sia distribuita secondo criteri realmente proporzionati alla popolazione e ai bisogni dei diversi territori?
Gela e il suo comprensorio, insieme al distretto sud dell’ASP, rappresentano una parte demograficamente rilevante del territorio provinciale.
Allora perché non partire da una ricognizione seria della distribuzione dei medici e delle professionalità presenti nei diversi presidi, verificando se esistano squilibri e se sia possibile riequilibrare immediatamente le risorse?
Non si tratta di chiedere semplicemente di “togliere medici a Caltanissetta per portarli a Gela”.
Si tratta di chiedersi, con numeri alla mano, se la distribuzione delle risorse sanitarie all’interno della stessa ASP sia equa rispetto alla popolazione, alla domanda di salute e alla complessità dei servizi richiesti.
Questa sarebbe una discussione politica seria.
Così come sarebbe seria una fotografia impietosa ma indispensabile dell’ospedale: reparto per reparto, medico per medico, apparecchiatura per apparecchiatura, prestazione per prestazione.
Perché alla fine il cittadino non entra in ospedale portandosi dietro le dichiarazioni dell’assessore regionale, le promesse del direttore generale o le firme raccolte sotto un gazebo.
Entra per essere curato.
E vuole sapere se oggi viene curato meglio di ieri.
Per questo, al 40° giorno, il riconoscimento al sindaco per la sua perseveranza è doveroso.
Ma proprio perché la perseveranza è stata tanta, adesso bisogna pretendere che produca un risultato.
Altrimenti rischiamo di celebrare il 46° giorno, poi il 50°, poi il 60°, poi il centesimo.
E se questa è la rotta che abbiamo deciso di seguire, conviene attrezzarsi.
Tra non molto arriverà il freddo.
Poi Natale.
E dopo Natale, con questo passo, anche Pasqua.
Bisognerà quindi pensare a qualche stufetta per il gazebo, magari una coperta, una macchinetta del caffè più efficiente e, perché no, un piccolo riscaldamento autonomo.
Sarebbe però molto più utile riscaldare un’altra cosa ossia
il motore decisionale della sanità gelese.
Perché forse è arrivato il momento di chiudere il gazebo, almeno per qualche ora, e tornare alle scrivanie.
Quelle vere.
Sedersi intorno a un tavolo, con i numeri davanti, i dirigenti sanitari, l’ASP, la Regione, i sindaci del territorio e i responsabili dei reparti.
E decidere.
Perché 40 giorni sono sufficienti per dimostrare di non voler mollare.
Ora servono 40 giorni di lavoro per dimostrare di voler cambiare davvero le cose.
Altrimenti resterà una fotografia destinata a diventare il simbolo di questa estate gelese.
