Sappiamo tutto. Capiamo poco

03/05/2026
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Torna dopo qualche mese nel nostro giornale Giuseppe Cammarata con una riflessione socio-politica sul tempo attuale.

 

 

“Per anni ci è stato detto che Internet avrebbe cambiato tutto.

Più accesso, più conoscenza, più consapevolezza. Una promessa quasi illuministica: abbattere le barriere, democratizzare il sapere, rendere ogni individuo potenzialmente capace di comprendere il mondo con strumenti prima riservati a pochi.

Era una promessa credibile.

Per la prima volta nella storia, la conoscenza sembrava davvero a portata di tutti. Non più una gerarchia rigida tra chi sapeva e chi restava ai margini bensì un sistema aperto, accessibile, orizzontale. Internet come leva di emancipazione culturale e sociale.

A distanza di oltre trent’anni, tuttavia, quella promessa merita di essere interrogata.

Non negata ma osservata con maggiore lucidità.

Siamo davvero diventati più consapevoli?

In parte sì. Sarebbe intellettualmente disonesto sostenere il contrario.

Oggi è più difficile occultare informazioni, più semplice accedere a fonti diverse, più immediato confrontare versioni alternative dei fatti. La distanza tra le classi sociali, almeno sul piano dell’accesso alla conoscenza, si è in parte ridotta.

Eppure, accanto a questa apertura, si è sviluppato un fenomeno opposto.

Il nostro è un tempo instabile. Non necessariamente più di altri periodi storici ma certamente più esposto, più narrato, più amplificato. Viviamo immersi in un ecosistema in cui informazione e social network tendono a sovrapporsi fino a diventare indistinguibili. Ogni evento è immediato, ogni crisi è permanente, ogni notizia compete per l’attenzione nello stesso istante.

In questo contesto, il presente appare costantemente sull’orlo di un collasso.

Una percezione diffusa, quasi strutturale, di vivere nell’anticamera dell’apocalisse.

Ci si aspetterebbe, allora, una società più preparata, più capace di interpretare la complessità.

Accade spesso il contrario.

Le dinamiche profonde che muovono il mondo, economiche, geopolitiche, culturali, vengono progressivamente compresse fino a scomparire. Al loro posto restano le semplificazioni, le etichette ed i giudizi immediati.

Il dibattito pubblico si riduce così a una forma elementare di classificazione morale:

c’è chi è definito pazzo, chi terrorista, chi eroe.

Una narrazione binaria, polarizzata e polarizzante, rassicurante nella sua semplicità ma incapace di restituire la reale natura dei fenomeni.

Eppure, basterebbe poco per accorgersi che sotto la superficie si muovono forze ben più complesse.

Il cambiamento tecnologico, ad esempio, e il potere crescente dei grandi attori del digitale non rappresentano soltanto una trasformazione economica o industriale. Dietro questi processi si collocano visioni del mondo, concezioni dell’uomo, idee sul rapporto tra libertà, controllo e progresso.

Non si tratta di scenari distopici da immaginario cinematografico ma di trasformazioni reali, radicate in impostazioni filosofiche ed esistenziali che cercano, nel bene e nel male, di indicare una direzione.

Lo stesso vale per la politica.

Ridurre fenomeni complessi alla figura di un singolo leader è una scorciatoia pseudo analitica che impoverisce la comprensione. Anche figure polarizzanti come Donald Trump non possono essere lette come anomalie isolate ma come il risultato di tensioni profonde interne alla società: tensioni economiche, culturali, identitarie. Processi lunghi e stratificati che trovano, ad un certo punto, una forma visibile.

Allargando lo sguardo, questa dinamica appare ancora più evidente.

Nel Medio Oriente, una delle aree più instabili e al tempo stesso più decisive del mondo contemporaneo, si stanno ridefinendo equilibri che per decenni sono apparsi immutabili. Il ruolo dell’Arabia Saudita, le riforme interne avviate negli ultimi anni, il tentativo di ridefinire la propria posizione nello scenario globale rappresentano elementi di cambiamento strutturale.

Eppure, anche in questo caso, la narrazione dominante tende a ridurre tutto alla figura del leader, spesso interpretato in chiave esclusivamente morale.

Allo stesso tempo, mutano i rapporti tra i Paesi del Golfo ed Israele ed all’interno dello stesso Israele si osservano trasformazioni demografiche e culturali rilevanti, con un progressivo ridimensionamento del peso delle generazioni di origine europea a favore di nuove componenti sociali. Fenomeno questo troppo poco approfondito ma sostanzialmente importante.

Sono processi complessi, stratificati, spesso silenziosi.

E proprio per questo difficili da raccontare.

L’azione congiunta di nuovi equilibri geopolitici e geoeconomici, l’impatto crescente dell’intelligenza artificiale, la ridefinizione del mercato del lavoro e delle strutture produttive stanno modificando il mondo in maniera ben più profonda di quanto suggerisca una lettura semplificata della realtà.

Comprendere tutto questo richiede uno sforzo.

Richiede tempo, attenzione, capacità di sospendere il giudizio immediato.

Richiede la disponibilità a mettere in discussione ciò che appare evidente.

Se questo sforzo non viene compiuto, il rischio è quello di rimanere spettatori.

Spettatori informati, forse, ma incapaci di cogliere la profondità dei cambiamenti in atto.

E in un tempo come il nostro, questo non è più accettabile.

Non è più nemmeno auspicabile”.

Dott. Giuseppe Cammarata