
Immaginate di prendere la vostra tazza preferita o la cover dello smartphone e di osservarle. Dopo averle utilizzate per tanto tempo, realizzate che è arrivato il momento di renderle più gioiose, incollandovi tantissimi brillantini. Sistemate tazza e cover, decidete che anche l’abbigliamento ha bisogno di diventare più brioso. Così mettete da parte i capi più seri per sostituirli con abiti più colorati o addirittura più eccentrici. Il 2026 è l’anno del whimsy-maxxing.
Cercando sui principali motori di ricerca troviamo questa definizione: il whimsy-maxxing è una tendenza virale che consiste nel portare al massimo livello («maxxing») la giocosità, la stravaganza e la spensieratezza («whimsy») nella vita di tutti i giorni, rifiutando il minimalismo e il lusso sobrio. È una tendenza che abbraccia la moda, gli accessori, il cibo, le decorazioni per la casa e gli oggetti di uso comune.
Negli ultimi mesi in tanti si sono occupati di questo fenomeno, che sembra coinvolgere soprattutto le generazioni più giovani. E non si tratta soltanto di pietruzze colorate, adesivi e piccoli oggetti inutili. C’è qualcosa di più interessante. Dopo anni di minimalismo, wellness, cura di sé e vite da ottimizzare, qualcuno sembra aver riscoperto il piacere di fare qualcosa soltanto perché è divertente.
Prese singolarmente, ognuna di queste azioni, per quanto interessante, potrebbe apparire come il segnale di una delle tante mode nate sul web e destinate a durare giusto il tempo necessario per essere sostituite dalla successiva.
Andiamo idealmente a New York. Ciò che accade nella Grande Mela, e negli Stati Uniti in genere, si sa, prima o poi arriva anche nel resto del mondo.
Durante l’estate la città ha visto moltiplicarsi feste nei parchi, balli all’aperto, incontri di quartiere. Persone che si conoscevano e altre che non si erano mai viste prima. In uno di questi appuntamenti c’erano circa duecento persone e, a un certo punto, qualcuno si è accorto di una cosa insolita: nessuno stava guardando il telefono.
Non perché fosse vietato o perché ci fosse una particolare regola da rispettare. Non c’era una scatola all’ingresso nella quale depositarlo. Nessuno, soprattutto, aveva organizzato una serata di disintossicazione digitale.
Semplicemente, per qualche ora, quello che stava succedendo lì era più interessante.
Anche la moda sembra essersi accorta di qualcosa. Alla New York Fashion Week sono comparsi prati, terra, fango, campeggio, richiami alla natura. Il Washington Post ha raccontato alcune collezioni utilizzando un’espressione nata proprio su internet: “touch grass”. Tocca l’erba.
È un’espressione che online si usa con chi sembra aver trascorso troppo tempo su internet. Esci. Guarda cosa c’è fuori. Ricordati che esiste un mondo che non passa attraverso uno schermo.
Forse sono soltanto coincidenze. Qualche strass su una borsa, una festa in un parco e una sfilata non bastano certamente per annunciare la fine della vita digitale.
Del resto, sarebbe difficile farlo mentre milioni di persone scoprono il whimsy-maxxing guardando un video su TikTok, fotografano la festa alla quale stanno partecipando e pubblicano su Instagram il vestito che dovrebbe celebrare il ritorno alla natura.
Qualcosa di interessante, tuttavia, sembra muoversi.
Per anni abbiamo cercato di condensare tutta la nostra vita dentro lo smartphone.
Prima abbiamo messo dentro le fotografie. Poi la musica., i giornali, i film, i libri, i negozi. Sono arrivati gli amici, le discussioni, il lavoro. Abbiamo iniziato a ordinare la cena senza parlare con nessuno, a conoscere qualcuno senza incontrarlo, a visitare una città prima ancora di esserci stati.
Poi abbiamo cominciato persino a guardarci mentre vivevamo. Un concerto attraverso la fotocamera del telefono, un tramonto dentro un’inquadratura. Una cena interrotta per sistemare i piatti prima della fotografia.
La tecnologia non ci ha imposto nulla. È stata una libera scelta. Perché era comodo, nuovo, veloce. Perché uno smartphone permetteva di portarsi dietro cose che prima occupavano una stanza intera.
E, francamente, sarebbe sciocco fingere che vorremmo davvero rinunciarci.
Dopo aver passato anni a rendere digitale ogni cosa, tuttavia, potremmo aver cominciato a sentire nuovamente il bisogno di vivere alcune esperienze senza la mediazione di uno schermo. Il rumore di duecento persone che ballano, l’erba sotto le scarpe. Qualcuno davanti a noi con cui parlare.
Non chiamiamola però rivoluzione analogica. Probabilmente non lo è.
E non credo che smetteremo di fotografare, pubblicare, scorrere, chiedere indicazioni a Google Maps o guardare il telefono mentre aspettiamo qualcuno. La tecnologia raramente restituisce il posto che ha conquistato.
Accanto a tutto questo, però, sta probabilmente crescendo un desiderio diverso. Non quello di tornare indietro. Quello di tornare fuori.
La cosa divertente è che ce lo sta dicendo Internet !
Con un video di una ragazza che incolla brillantini sulla custodia del telefono, con le fotografie di una festa in un parco di New York. Con un’espressione diventata virale proprio dentro il luogo dal quale invita a uscire. Touch grass. Tocca l’erba.
Potrebbe sembrare soltanto l’ennesima “battuta”della rete.
Oppure, dopo aver trascorso anni a costruirci una vita dentro uno schermo, potremmo aver cominciato a sentire nostalgia di ciò che è rimasto fuori.
Citando Battisti, «lo scopriremo solo vivendo». C’è però una coincidenza interessante. Questi piccoli segnali arrivano proprio mentre intorno all’intelligenza artificiale si moltiplicano gli allarmi e le domande. Quanto spazio le lasceremo nelle nostre vite? Quante decisioni saremo disposti ad affidarle? E soprattutto: fino a che punto permetteremo alla tecnologia di sostituirsi alle esperienze, alle relazioni e alle scelte che fino a ieri consideravamo soltanto nostre?
Non sappiamo ancora se i brillantini, le feste nei parchi e l’invito a toccare l’erba raccontino realmente qualcosa di più grande.
Forse è soltanto una coincidenza. Ovvero, proprio mentre la tecnologia sembra pronta a entrare ancora più profondamente nelle nostre vite, stiamo cominciando a sentire il bisogno di tornare fuori.
Dott. GIUSEPPE CAMMARATA