Tra le Tavolate di San Giuseppe un uomo rischia di morire di freddo

La segnalazione sulla triste storia è stata fatta stamattina ai servizi sociali da un volontario
19/03/2026
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A 33 anni si può dormire per strada in tenda nel 2026? A Gela, si…

È la triste storia di un povero ragazzo che dorme da due mesi in tenda all’addiaccio.

Mentre la città si prepara a celebrare la solennità di San Giuseppe, tra devozione e il rito ancestrale dell’accoglienza e della carità, la realtà dei fatti ci restituisce un’immagine amara e contraddittoria. Per due mesi, un uomo ha dormito all’addiaccio nelle strade della nostra città. Per due mesi, la sua presenza è stata ignorata, fino a quando, lo scorso 17 marzo, il suo corpo non ha più retto.

E. F. S. da poco tempo è tornato dal nord dove ha lavorato nel campo dell’edilizia. Non ha una famiglia che lo supporta,  niente possibilità economiche, né prospettive di lavoro.

Non ha una casa e non sa dove dormire. Da qui lanciamo vita da nomade in tenda. Un volontario padre di famiglia gli ha offerto un cantuccio in un garage nei mesi più freddi ma adesso non è più possibile utilizzare quell’angolo.

Ed è tornato sulla strada.

L’uomo è stato soccorso d’urgenza e trasportato all’ospedale Vittorio Emanuele per un grave malore dovuto a ipotermia. Non è una tragica fatalità, ma la cronaca di un’emergenza annunciata. Nonostante le ripetute segnalazioni ai Servizi Sociali del Comune, nulla si è mosso. È stato necessario che la temperatura corporea scendesse a livelli critici perché qualcuno si accorgesse che un essere umano non può, nel 2026, sopravvivere sul marciapiede nell’indifferenza generale.

​Il paradosso di San Giuseppe

Ma a Gela non esiste un dormitorio pubblico.

Quindi tutto da rifare.

È doloroso constatare come il “grido di San Giuseppe”, che per i gelesi è simbolo di porte aperte e condivisione, si scontri oggi con i silenzi della burocrazia. Com’è possibile che nel nostro Comune non si riesca a offrire un tetto a chi non ne ha uno? La solidarietà non può essere solo una celebrazione folcloristica o un altare imbandito; deve tradursi in interventi concreti, in posti letto, in assistenza reale per gli ultimi.

Una volta dimessa dal Pronto Soccorso, una persona in queste condizioni viene restituita alla stessa strada che lo ha quasi ucciso. E non ci sono risposte adeguate alle esigenze di chi soffre.

​La civiltà di una città si misura da come si prende cura dei più fragili. Gela non può voltarsi dall’altra parte. Se il “Pane di San Giuseppe” ha ancora un significato, che lo si dimostri garantendo il diritto fondamentale alla vita e alla dignità a chi oggi non ha nulla.

La segnalazione sulla triste storia è stata fatta stamattina ai servizi sociali da un volontario che da mesi però cercato aiuto da tutte le parti.