A pensar male si fa peccato. Ma talvolta si azzecca.
È una frase che Giulio Andreotti pronunciava con quel suo sorriso enigmatico, e che oggi torna alla mente osservando ciò che accade in Medio Oriente e nello scacchiere globale.
La domanda che viene in mente è se siamo veramente davanti all’ennesima crisi regionale oppure se stiamo assistendo a qualcosa di più profondo. Da qualche mese sostengo che è in corso la ridefinizione silenziosa di un nuovo equilibrio mondiale.
Il “grande gioco” non è mai finito.
La storia insegna che le grandi potenze raramente si scontrano frontalmente senza prima aver esplorato ogni spazio di accordo possibile.
Nel XIX secolo l’Impero britannico e quello russo si contendevano l’Asia centrale. Nel 1945, Roosevelt, Winston Churchill e Stalin si spartirono di fatto l’Europa in sfere di influenza.
La Guerra Fredda non fu solo confronto ideologico ma fu un equilibrio di taciti accordi. Anche la crisi dei missili di Cuba del 1962 si concluse con un compromesso segreto tra Kennedy e Khrushchev.
Non possiamo quindi escludere che anche oggi, dietro dichiarazioni pubbliche aggressive, possano esistere intese non dichiarate.
Trump e Putin sono realmente rivali?
Donald Trump e Vladimir Putin vengono raccontati come avversari. Eppure entrambi rappresentano una visione fortemente nazionale, sovranista e pragmatica del potere.
La guerra in Ucraina ha riaperto ferite profonde nel continente europeo. Se Mosca punta a consolidare la propria sfera di influenza nell’ex spazio sovietico, Washington deve scegliere quanto investire economicamente e militarmente in un conflitto che logora alleanze e risorse.
Nel frattempo, il Medio Oriente brucia. Gli Stati Uniti colpiscono l’Iran. Mosca e Pechino protestano, ma senza azioni dirette.

L’Iran, Cuba, il Venezuela. Un vero casino globale.
Gli stati uniti sono ossessionati dall’idea che l’America Latina sia “casa propria”.
Cuba è stata per decenni un avamposto sovietico nel cuore dei Caraibi.
Il Venezuela era uno dei principali alleati energetici di Mosca e Pechino nell’emisfero occidentale prima dell’invasione Americana.
In uno scenario ipotetico potrebbe esistere una logica di compensazione. Tolleranze su un fronte in cambio di spazi su un altro. Non sarebbe la prima volta nella storia che potenze rivali si accordano tacitamente per evitare uno scontro diretto e stabilizzare le rispettive aree d’influenza.

Resta il nodo della Cina che in questa spartizione tra Putin e Trump non può si certo restare a guardare. La Cina è oggi la seconda potenza economica mondiale con interessi energetici in Iran, interessi commerciali in Europa e una crescente influenza in Africa e America Latina.
Un nuovo equilibrio mondiale non potrebbe prescindere da lei. Se vi fosse una ridefinizione delle sfere di influenza si parlerebbe anche del Pacifico, diTaiwan, delle catene di approvvigionamento tecnologiche.
Forse non esiste alcun patto segreto e le grandi potenze mondiali stanno solo testando la linea rossa oltre la quale non andranno mai.
Ma un dato appare ormai evidente.
L’ordine nato nel 1991 con la fine dell’Unione Sovietica non esiste più.
Non siamo ancora in una nuova Guerra Fredda. Non siamo in una pace stabile. Siamo in una zona grigia, dove dichiarazioni, sanzioni, conflitti locali e diplomazia sotterranea convivono.
E allora la frase di Andreotti torna a risuonare.
Non per alimentare complotti, ma per ricordarci che nella politica internazionale nulla è mai soltanto ciò che appare.
Il mondo non si divide più in bianco e nero.
Si ridefinisce, lentamente, tra interessi, equilibri e silenzi strategici.
E forse è in atto un grande Risiko che porterà alla nascita di un nuovo mondo ancora sconosciuto. Che sia iniziata la terza guerra mondiale?

