Ponte Olivo, il sogno dell’aeroporto che Gela si lasciò sfuggire

15/08/2026
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C’è una storia di Gela che ogni tanto ritorna. Una storia che appartiene al passato, ma che continua a interrogare il presente. È la storia dell’Aeroporto Federico II del Golfo di Gela, il progetto di un aeroporto a Ponte Olivo che, per un periodo, sembrò davvero poter diventare realtà.

Un progetto osteggiato da tanti, combattuto, discusso, rallentato, ma che era riuscito ad arrivare sorprendentemente lontano. Una prima preliminare approvazione dell’ENAC con diversi correttivi da apportare e persino a una delibera per l’avvio delle procedure di esproprio delle aree interessate.

 

Oggi, probabilmente, quell’aeroporto sarebbe già una realtà.

E forse questa è la cosa che fa più male.

Perché Ponte Olivo non era un’idea campata in aria. Lì esisteva già una pista militare. Una posizione che, per caratteristiche territoriali e per la possibilità di realizzare una pista di notevole lunghezza, appariva particolarmente favorevole anche rispetto alle esigenze dei più moderni aeromobili. Una visione chiara e futuristica.

Una pista lunga avrebbe potuto consentire non soltanto collegamenti nazionali ed europei, ma aprire una prospettiva molto più ambiziosa. La possibilità di ospitare anche voli intercontinentali.

E poi c’era la posizione.

Ponte Olivo avrebbe potuto rappresentare un nodo straordinario di intermodalità: facilmente collegabile al porto-isola, alla rete ferroviaria e, nella prospettiva di allora e di oggi, alla futura autostrada. Aeroporto, porto, ferrovia e viabilità veloce concentrati in un’unica area.

Non un semplice aeroporto, dunque.

Una porta sul Mediterraneo.

Era la fine degli anni Novanta e l’inizio degli anni Duemila. Io ero giovane, appena laureato, e avevo scelto di tornare a Gela. Tornare nella mia città con la convinzione, forse ingenua ma sincera, che qui fosse ancora possibile costruire qualcosa di grande.

Tra quelle idee c’era anche l’aeroporto.

Ricordo quegli anni e ricordo soprattutto l’impegno dell’allora dirigente del Comune di Gela, l’ingegnere Renato Mauro, che riuscì a portare avanti un percorso progettuale e amministrativo importante, fino ad avviare una progettazione esecutiva e un iter autorizzativo che sembrava poter condurre concretamente alla realizzazione dell’opera.

Poi arrivarono i fantasmi di sempre. Presenti oggi come allora e proprio perché fantasmi immortali.

I fantasmi di una politica che troppo spesso ha saputo vedere il problema nell’opportunità, l’ostacolo nel progetto, il conflitto nella collaborazione.

E quel progetto, invece di essere accompagnato, fu severamente criticato e poi progressivamente insabbiato.

La cosa più amara è che, già allora, c’era chi guardava a Gela con occhi molto più lungimiranti dei nostri.

Ricordo di aver seguito per anni le cronache locali, le discussioni politiche e le vicende legate alle aree da espropriare. E ricordo anche una frase che sentii personalmente, pronunciata da interlocutori cinesi che avevano mostrato interesse per possibili investimenti aeroportuali.

Una frase che mi è rimasta impressa la cui traduzione letterale dice:

«Con questa terra è meglio lasciare perdere, perché tutto rimarrà come prima».

All’epoca sembrava quasi una battuta amara.

Oggi, a distanza di tanti anni, suona come una profezia.

E fa riflettere che proprio oggi si torni a parlare di investimenti e finanziamenti cinesi per nuovi aeroporti in Sicilia, dalla Sicilia centrale all’area messinese, fino all’asse Licata-Agrigento.

Intanto Gela continua a discutere delle proprie occasioni perdute.

Il problema, però, non è soltanto aver perso un aeroporto.

Abbiamo perso una visione.

Perché un aeroporto non sarebbe stato soltanto una pista, una torre di controllo e un terminal. Avrebbe significato turismo, imprese, logistica, occupazione, collegamenti internazionali, valorizzazione del porto, sviluppo della zona industriale, attrazione di investimenti.

Avrebbe cambiato la percezione stessa di Gela.

Avrebbe detto al mondo che questa città non era soltanto il luogo delle emergenze, dei problemi e delle incompiute.

Era, e può ancora essere, un luogo capace di progettare il proprio futuro.

Io quella stagione l’ho vissuta da giovane laureato. E forse proprio per questo la ricordo con una certa nostalgia.

Ero tornato a Gela con tanti sogni e tante idee. Pensavo che una città con il mare, un porto, una storia millenaria, un territorio straordinario, una posizione geografica unica nel Mediterraneo e una grande area industriale potesse finalmente costruire il proprio futuro.

Molti di quei sogni si sono infranti contro la poca lungimiranza di chi ha governato.

Altri contro l’egoismo di chi ha preferito difendere il proprio piccolo interesse.

Altri ancora contro quella cultura della lamentela che sembra essere diventata, per qualcuno, una forma di identità.

Eppure io continuo a pensare che la prospettiva sia più importante della rassegnazione.

Per questo oggi vale la pena ricordare Ponte Olivo.

Non per rimpiangere ciò che non è stato.

Ma per capire ciò che ancora potrebbe essere.

Perché forse il vero insegnamento di quella vicenda è che Gela non ha mai avuto un problema di mancanza di possibilità.

Ha avuto, troppo spesso, un problema di coraggio nel trasformarle in realtà.

Ponte Olivo avrebbe potuto essere l’aeroporto del Golfo di Gela, una porta aperta sul Mediterraneo e sul mondo.

Forse non lo sarà mai.

Ma il sogno di una Gela capace di collegarsi al mondo, di attrarre investimenti e di costruire sviluppo non deve essere sepolto insieme a quel progetto.

Perché una città muore davvero non quando perde un’opportunità.

Muore quando smette di sognarne una nuova.