I giovani, la violenza e il vuoto

23/08/2026
23/08/2026
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Negli ultimi anni in Italia stiamo assistendo ad una significativa crescita dei reati violenti commessi da minori e giovanissimi. Sono in aumento tentati omicidi, rapine, lesioni personali, violenza sessuale.

Secondo i dati riportati dal Sole 24 Ore, nell’arco di dodici mesi gli omicidi commessi da minori in Italia sono passati da 14 a 35, con un aumento superiore al 150%, arrivando a rappresentare circa il 12% del totale. Nello stesso periodo è cresciuta anche l’incidenza degli under 18 tra gli autori di omicidio, passata dal 4 all’11%, mentre la quota delle vittime minorenni è salita dal 4 al 7%.

Numeri ancora contenuti in termini assoluti, ma significativi perché si inseriscono in un contesto nazionale nel quale gli omicidi complessivi sono invece in diminuzione. Un andamento in controtendenza che suggerisce di guardare alla violenza giovanile come a un fenomeno specifico, nel quale fragilità individuali, dinamiche di gruppo e disagio sociale sembrano assumere un peso crescente.

Le azioni riconducibili alle baby gang sono presenti, quasi quotidianamente, nelle cronache nazionali. Assistiamo ad un cambiamento della violenza stessa: più aggressiva, più improvvisa, più visibile e soprattutto sempre più precoce. Coltelli in tasca. Risse filmate. Umiliazioni condivise. La violenza oggi non è solo agita: è mostrata.

E quando qualcosa viene mostrato, spesso viene anche normalizzato. E qui entra in gioco il contesto. Un contesto fatto, vissuto ed impregnato dai social, esposizione continua, linguaggio aggressivo. Un mondo dove l’offesa è quotidiana, dove il limite è sfumato, dove la conseguenza sembra sempre lontana.

I social, naturalmente, non hanno inventato la violenza ma ne modificano il significato sociale. L’aggressione può diventare performance; la vittima non viene soltanto colpita, viene esposta; l’autore non cerca soltanto di prevalere sull’altro, può cercare riconoscimento davanti a un pubblico.

In questi anni sociologi, psicologi ed educatori hanno provato a spiegare le ragioni di questa trasformazione. Le interpretazioni sono numerose, molte interessanti e condivisibili. Una tuttavia,mi ha sempre particolarmente colpito: la progressiva scomparsa di quelle che potremmo definire le agenzie intermedie di socializzazione.

Per generazioni la crescita di un ragazzo non si è svolta soltanto tra la famiglia e la scuola. C’erano le parrocchie, gli oratori, le associazioni giovanili, le società sportive, i gruppi organizzati. C’era persino il quartiere, inteso non semplicemente come luogo nel quale abitare ma come rete di relazioni. Erano mondi molto diversi tra loro e certamente non privi di difetti, che avevano però una caratteristica comune: mettevano i ragazzi in relazione con altri ragazzi e, soprattutto, con adulti diversi dai propri genitori.

Negli anni è cambiata anche la famiglia. Non soltanto perché i genitori hanno meno tempo o incontrano maggiori difficoltà nell’esercitare il proprio ruolo educativo ma perché intorno alla famiglia nucleare si è progressivamente indebolita quella rete fatta di nonni, zii, cugini e relazioni di prossimità che per molto tempo ha partecipato, anche informalmente, alla crescita dei più giovani.

Non significa sostenere necessariamente che una volta i ragazzi fossero migliori o che il passato rappresentasse una sorta di paradiso educativo. Significa riconoscere che tra l’adolescente e il mondo esistevano più filtri, più luoghi di confronto, più adulti ai quali rapportarsi. Oggi molti di quegli spazi si sono ridotti proprio mentre ne è cresciuto enormemente un altro: quello digitale.

E’ qui che si manifesta uno dei tanti paradossi del nostro tempo. I ragazzi non sono mai stati così connessi e, allo stesso tempo, rischiano di essere sempre più soli. Hanno davanti un pubblico potenzialmente infinito ma meno comunità reali capaci di accompagnarli. Possono ottenere riconoscimento immediato attraverso uno schermo, mentre sono diventati più rari quei luoghi nei quali il riconoscimento passava anche attraverso il rispetto di una regola, l’attesa, il confronto e, qualche volta, persino la frustrazione.

In questo scenario rimane naturalmente la scuola, insieme alla famiglia la più importante agenzia educativa nella vita di bambini e adolescenti. Anche la scuola, negli ultimi anni, sembra aver perso una parte della propria autorevolezza. Dispiace dirlo, soprattutto a chi nella scuola lavora ma in alcune famiglie viene percepita sempre meno come un luogo di formazione e sempre più come un servizio, quando non addirittura come una sorta di parcheggio quotidiano al quale affidare i figli per alcune ore.

È cambiato anche il rapporto con gli insegnanti. Difficile pretendere che un ragazzo riconosca l’autorevolezza di un docente quando questa viene continuamente messa in discussione dagli stessi adulti di riferimento. Non significa considerare gli insegnanti infallibili o sottrarli alle critiche (costruttive). Significa distinguere la critica dalla delegittimazione: contestare, con i giusti modi, una scelta educativa è legittimo, trasformare sistematicamente il docente nell’avversario da cui difendere il proprio figlio produce conseguenze che vanno ben oltre un brutto voto o una nota disciplinare.

Il problema diventa ancora più evidente nelle realtà socialmente più complesse. In molte scuole, soprattutto nelle periferie, gli insegnanti si trovano ogni giorno a svolgere contemporaneamente una quantità impressionante di ruoli. Devono essere un po’ psicologi, un po’ educatori, qualche volta assistenti sociali, mediatori, persino “poliziotti” chiamati a gestire conflitti e far rispettare regole elementari. Poi, se rimangono tempo ed energie, devono riuscire a fare ciò per cui sarebbero lì: insegnare.

Si crea così un cortocircuito. Proprio mentre intorno ai ragazzi si sono indebolite molte delle reti educative del passato, alla scuola viene chiesto di colmare quasi ogni vuoto. Le vengono affidate sempre nuove responsabilità, mentre contemporaneamente se ne mette in discussione l’autorità. Le chiediamo di educare, includere, ascoltare, prevenire il disagio, intercettare la violenza e correggere le disuguaglianze. Poi, però, rischiamo di lasciarla sola nel momento in cui prova semplicemente a dire un “no”.

Mi ha sempre colpito un altro aspetto. Di scuola parlano tutti. Politici, commentatori, giornalisti, esperti, opinionisti. La scuola è continuamente al centro del dibattito pubblico, terreno di riforme, proposte e ricette più o meno definitive. Eppure, ascoltando molti di questi discorsi, viene sovente il dubbio che chi li pronuncia non metta piede da molto tempo in una scuola italiana.

Perché la scuola reale è molto diversa da quella raccontata nei convegni o nei dibattiti televisivi. Basta entrare in una classe per rendersi conto della complessità che un insegnante deve affrontare ogni giorno: fragilità familiari, difficoltà economiche, disabilità, disagio psicologico, problemi linguistici, conflitti, comportamenti difficili da gestire. Tutto questo entra in aula insieme agli alunni, ogni mattina.

Continuiamo, tuttavia, a discutere della scuola come se fosse un sistema isolato dal resto della società. Non lo è. La scuola raccoglie ogni giorno ciò che accade fuori dalle sue mura e, molto spesso, è proprio lì che le contraddizioni della società diventano visibili prima che altrove.

Non esiste naturalmente una spiegazione unica alla violenza giovanile e sarebbe ingenuo cercarla. Esistono condizioni sociali, familiari e individuali diverse, così come esistono responsabilità personali che non possono essere cancellate dal contesto nel quale si cresce.

C’è però una domanda che vale la pena porsi. Se negli ultimi decenni si sono progressivamente indeboliti molti dei luoghi nei quali bambini e ragazzi imparavano a stare insieme, a confrontarsi con un adulto, ad accettare una regola e persino a gestire un conflitto, chi sta occupando oggi quello spazio?

In molti casi la risposta rischia di essere: nessuno. O, almeno, nessuno nel mondo reale.

È probabilmente da qui che bisognerebbe ripartire. Dalle famiglie, certamente. Da una scuola alla quale restituire autorevolezza e strumenti. Dagli oratori, dalle associazioni, dallo sport, dai quartieri, da tutti quei luoghi nei quali un ragazzo possa incontrare altri ragazzi e adulti senza che tra loro ci sia necessariamente uno schermo.

Perché reprimere la violenza quando esplode è necessario. Intervenire prima che diventi l’unico linguaggio a disposizione di un ragazzo lo è ancora di più.

 

Dott. Giuseppe Cammarata

 

 

 

 

23/08/2026