Niscemi – Recita la famosa locuzione latina ‘Nemo propheta in patria’ e così ieri pomeriggio, a Niscemi, presso l’auditorium del Museo Civico, è stato presentato Mafiaville di Gabriele Cantella. Un romanzo che ci riporta alla guerra di mafia che ha insanguinato Gela tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Un libro che parla di Gela, scritto da un autore nato e cresciuto a Gela.
Da più di vent’anni Cantella vive a Milano, dove svolge con successo la professione di giornalista televisivo e autore. Mafiaville è il suo terzo romanzo e, come i precedenti, è ambientato nella sua città d’origine. Un filo che non si è mai spezzato e che continua a riaffiorare nelle pagine dei suoi libri.
Mafiaville è l’appellativo che il quotidiano francese Le Monde diede alla città in un articolo del 1989. Il romanzo, come una macchina del tempo, ci riporta proprio a quegli anni bui. Si sparava quasi ogni giorno e chiunque poteva ritrovarsi, vittima innocente, nel mezzo di una faida che sconvolse un’intera città.

A dialogare con Cantella è stato il professor Gaetano Vicari, mentre a moderare l’incontro è stata la pedagogista Maria Cristina Disca. Sono intervenuti per i saluti il sindaco di Niscemi Massimiliano Conti, il presidente del Consiglio comunale Angelo Chessari, l’assessore alla Cultura Marianna Avila e il direttore del Museo Civico Enzo Liardo. L’iniziativa, ospitata nell’auditorium del Museo Civico, si è svolta con il patrocinio dell’Assessorato alla Cultura e ai Servizi sociali del Comune di Niscemi.

L’incontro è entrato nel vivo con una puntuale e ricchissima esegesi del testo da parte del professor Vicari, intervallata dalle letture di alcuni brani del romanzo a cura della dottoressa Disca. Nel dialogo è emerso anche il rapporto non sempre semplice tra Mafiaville e la città che racconta.
Cantella ha ricordato infatti come, all’uscita del libro, a Gela non siano mancate le critiche. Qualcuno gli ha contestato di avere riportato alla luce un passato scomodo, una stagione che sarebbe stato preferibile dimenticare; altri lo hanno accusato di avere utilizzato quella storia per farsi pubblicità. Un’obiezione alla quale l’autore risponde rovesciandone la prospettiva: per guardare al futuro occorre prima fare i conti con il proprio passato.
Dimenticare, in fondo, non significa superare. Significa lasciare una parte della propria storia in una zona d’ombra, senza averla realmente compresa. Per Cantella raccontare quel passato significa invece guardarlo per ciò che è stato, anche nella sua versione più dolorosa, assumendosi la responsabilità di conservarne la memoria e consegnarla al presente. Non per rimanerne prigionieri né per continuare ad associare una città alle sue pagine peggiori, bensì per acquisire una maggiore consapevolezza di ciò che è accaduto. Perché una comunità può prendere le distanze dal proprio passato soltanto dopo averlo conosciuto, raccontato e riconosciuto come parte della propria storia.
Ed è proprio la crudezza uno degli elementi centrali di Mafiaville. Cantella rivendica la necessità di raccontare quegli anni senza addolcirli, perché non c’era nulla di edulcorato nella realtà che il romanzo vuole rappresentare. La mafia ha ricordato l’autore, è stata ed è un fenomeno complesso, popolato anche da uomini che hanno scelto consapevolmente la violenza e il sangue. Raccontarli diversamente significherebbe, in qualche modo, tradire quella realtà e attenuarne la ferocia.
Esiste però l’altra parte della storia. Dall’altra parte non ci sono soltanto gli eroi, che inevitabilmente sono pochi. C’è una parte sana della società, molto più grande e molto meno raccontata: quella delle persone normali che ogni giorno scelgono di vivere onestamente, che sanno dire di no quando è necessario e che decidono di non voltare la testa dall’altra parte. Aggiungo una considerazione personale: la nostra terra ne ha conosciute tante. E di tante, probabilmente, non conosceremo mai neppure il nome.
Anche per questo la Sicilia raccontata da Cantella è lontana da quella di Camilleri, come lo stesso autore ha sottolineato durante l’incontro. Non è una Sicilia oleografica e colorata. È più cupa, dura, a tratti respingente. Una Sicilia che esiste, che è esistita e che forse è stata raccontata meno di altre. Mafiaville sceglie di entrare proprio lì, nella parte meno rassicurante dell’isola, senza cercare di renderla più gradevole di quanto sia stata.
Di quegli anni conservo anch’io dei ricordi. Ero un bambino e vivere a Gela, come ha ricordato Cantella durante l’incontro, significava convivere con una violenza che poteva irrompere nella vita di chiunque. Si poteva diventare vittime inconsapevoli, semplicemente perché ci si trovava nel posto sbagliato al momento sbagliato.
Non c’erano i social, non esisteva quella circolazione istantanea delle notizie alla quale siamo abituati oggi. Ricordo invece le voci che improvvisamente cominciavano a correre per strada. Eri uscito a comprare il giornale o eri al supermercato e qualcuno diceva: «A quanto pare hanno sparato». Bastavano quelle poche parole. La notizia passava di bocca in bocca e si correva a casa. Era una quotidianità assurda che, proprio perché quotidiana, rischiava persino di diventare normale.
È anche per questo che considero importante l’operazione di memoria compiuta da Gabriele Cantella. Viviamo in un tempo nel quale sembriamo sempre più inclini a scegliere del passato ciò che ci piace, lasciando da parte ciò che disturba la rappresentazione che vogliamo dare di noi stessi. E, cosa che considero ancora più grave, finiamo talvolta per confondere le radici con l’identità.
Le radici sono ciò da cui proveniamo. L’identità è anche ciò che costruiamo attraverso il modo in cui decidiamo di confrontarci con esse. Un libro come Mafiaville diventa, così, un tassello della memoria di una comunità e contribuisce, nel suo piccolo, alla costruzione della sua identità. Proprio perché racconta ciò che sarebbe più comodo dimenticare.
I libri servono anche a questo. Qualche volta assomigliano a una medicina amara: non ci piace prenderla eppure può essere necessaria. Una comunità può considerarsi davvero matura quando riesce a elaborare tutto il proprio passato, comprese le pagine nelle quali non vorrebbe riconoscersi. Solo così la memoria smette di essere una celebrazione e diventa consapevolezza.
Altrimenti del sacrificio dei morti, del dolore delle loro famiglie e della voglia di riscatto di un’intera comunità rischia di rimanere ben poco: qualche corona di fiori, qualche discorso pronunciato durante le ricorrenze e qualche selfie durante una commemorazione.
Giuseppe Cammarata
