
«Caro, il tuo drink è pronto. Ghiacciato come piace a te.»
«Arrivo subito!»
Marito e moglie iniziano a bere insieme il loro aperitivo. Dalla finestra accanto alcuni bagliori illuminano la stanza.
«Cara, cosa succede?»
La moglie scosta la tenda. «Il meteorite di cui parlavano. È più vicino.»
Continua a sorseggiare il suo cocktail sorridendo al marito. L’uomo guarda fuori dalla finestra.
«Sembrava più piccolo in TV. Questa sera ho prenotato un tavolo al nuovo ristorante vicino alla spiaggia. Ci saranno tutti.»
La moglie si apre in un sorriso. «Bravissimo, amore. Devo solo scegliere cosa indossare.»
Il cielo, nel frattempo, si riempie ancora di più di bagliori. Il marito apre la finestra e fotografa i frammenti del meteorite.
«Che foto meravigliose! Le pubblico subito. Questa sera vedremo di fare qualche selfie con gli amici.»
Mi scuseranno i lettori se ho ceduto alla tentazione di cominciare queste righe come un racconto, ne ho scritti e ne scrivo, ma mi sembrava un modo divertente, forse provocatorio, per introdurre il tema.
I due coniugi sanno che il meteorite sta arrivando. Lo vedono. Ne parlano. Lo fotografano ma continuano a prepararsi per la cena.
La nostra bolla funziona proprio così. Non ci impedisce di vedere ciò che accade intorno a noi. Ci permette di vederlo senza sentirci davvero coinvolti.
Viviamo in un tempo nel quale forze dirompenti stanno cambiando la struttura della nostra società, eppure sembriamo incapaci di percepirne fino in fondo la portata. Le osserviamo, ne parliamo, qualche volta ci indigniamo. Poi scrolliamo le spalle e andiamo avanti.
È soltanto superficialità? Forse no.
Il Digital News Report 2025 del Reuters Institute dell’Università di Oxford racconta un fenomeno interessante. Quattro persone su dieci dichiarano di evitare le notizie qualche volta o spesso. Nel 2017 erano il 29 per cento. In meno di dieci anni siamo passati, quindi, da meno di una persona su tre a quattro su dieci.
Ancora più interessanti sono le ragioni. Tra coloro che evitano almeno occasionalmente le notizie, il 39 per cento afferma che queste hanno un effetto negativo sul proprio umore, il 31 per cento si sente sopraffatto dalla loro quantità, il 30 per cento ritiene che ci sia troppa copertura di guerre e conflitti. Uno su cinque ammette qualcosa di ancora più significativo: non c’è nulla che possa fare con quelle informazioni.
Non sapere, insomma, non è necessariamente la conseguenza della mancanza di informazioni. Può essere il risultato del loro eccesso.
Una ricerca pubblicata nel 2026 dal Pew Research Center sembra andare nella stessa direzione. Il 52 per cento degli americani intervistati dichiara di sentirsi sfinito dalla quantità di notizie e il 60 per cento afferma di averne, almeno una volta, volontariamente ridotto il consumo. Quasi la metà, il 48 per cento, considera gran parte delle notizie che incontra poco rilevante per la propria vita.
Ed è qui che torniamo ai nostri due coniugi.
Il meteorite non è invisibile. È fuori dalla finestra, illumina il cielo, compare in televisione e probabilmente da giorni riempie le notifiche dei loro smartphone. Loro sanno perfettamente che sta arrivando.
Semplicemente, a un certo punto, hanno imparato a conviverci.
Oggi sta accadendo qualcosa di simile anche a noi. Guerre che sembravano appartenere ai libri di storia sono tornate a far parte del presente. L’intelligenza artificiale promette di cambiare il lavoro, la scuola e il modo stesso in cui produciamo conoscenza. Il cambiamento climatico modifica territori e abitudini. Le nostre società invecchiano, le disuguaglianze aumentano, equilibri politici che sembravano consolidati diventano improvvisamente fragili.
Sappiamo quasi tutto e vediamo quasi tutto.
Poi arriva un messaggio. Una prenotazione da confermare. Una fotografia da pubblicare. Una serie da finire. Una cena con gli amici.
E il meteorite può aspettare.
C’è però un “ma”.
Possiamo chiamarla stanchezza da informazione, sovraccarico, persino una forma di difesa di fronte a una realtà che sembra diventata troppo grande per noi. Ed è probabile che ci sia molto di vero in tutto questo.
Sarebbe però troppo comodo fermarsi qui.
Perché dentro la nostra indifferenza c’è forse anche un pizzico di ignoranza. E di superficialità.
Non necessariamente perché abbiamo meno informazioni. Semmai accade il contrario. Il Digital News Report 2025 del Reuters Institute racconta che il 65 per cento del campione globale consuma ormai video di informazione attraverso i social, contro il 52 per cento del 2020. TikTok viene utilizzato per le notizie dal 17 per cento degli intervistati.
Nello stesso rapporto, il 58 per cento dichiara di essere preoccupato della propria capacità di distinguere ciò che è vero da ciò che è falso nelle notizie online.
Il problema potrebbe non essere quanto sappiamo ma come abbiamo imparato a sapere.
Informarsi richiede tempo e capire ne richiede ancora di più. Significa leggere qualcosa che occupi più dello spazio di un post, conoscere ciò che è accaduto prima, confrontare opinioni diverse e qualche volta mettere in discussione ciò che pensavamo di sapere.
È molto più semplice scrollare.
E così possiamo sapere che una guerra è iniziata senza conoscerne la storia, discutere di intelligenza artificiale senza avere idea di come funzioni, avere un’opinione sull’economia di un Paese dopo aver letto un titolo.
Non siamo disinformati nel senso tradizionale del termine. Siamo continuamente informati e, nello stesso tempo, rischiamo di conoscere sempre meno il contesto delle cose.
E’ questa una delle strane contraddizioni del nostro tempo: abbiamo in tasca uno strumento che permette di accedere in pochi secondi a una parte enorme della conoscenza prodotta dall’umanità e lo utilizziamo anche per consumare la realtà in frammenti di pochi secondi.
Naturalmente non vale per tutti e non vale sempre. Sarebbe altrettanto superficiale sostenerlo.
Rimane però una domanda: quanto della nostra indifferenza verso ciò che sta cambiando il mondo dipende davvero dal fatto che siamo sopraffatti e quanto, invece, dal fatto che abbiamo smesso di fare la fatica necessaria per comprenderlo?
Il meteorite è complicato.
La cena di questa sera molto meno.
Dott. GIUSEPPE CAMMARATA
