Giovani troppo violenti in una società violenta

Un momento di riflessione profonda sui giovani troppo violenti. Ma se la società è considero, come possono non esserlo?
18/10/2025
Tempo di lettura: 6 minuti

La violenza nel mondo giovanile è stato il fulcro centrale della riflessione promossa dall’Avulss presieduta da Francesca Delfino. Nell’aula magna ‘Giuseppe Blanco’ dell’I.C. Romagnoli-Solito, presieduto dal dirigente Gianfranco Mancuso.

C’era una consistente rappresentanza dell’Amministrazione comunale di Gela con il presidente del Consiglio Comunale Paola Giudice, i consiglieri comunali Lorena Alabiso, Massimiliano Giorrannello,  l’assessore Peppe Di Cristina, il consulente del settore dei servizi sociali Salvo Gallo, la psicologa Eliana Orlando e la moderatrice Maria Tina Vitello.

Il convegno ha rappresentato un’ importante opportunità per riflettere  su un tema tanto urgente quanto drammatico: la violenza giovanile. Un fenomeno che scuote le nostre coscienze, che interroga profondamente le nostre responsabilità educative, sociali, istituzionali e, prima ancora, umane.

Ma in una società dove la violenza passa attraverso i media,  i video, la musica, come fanno i giovani ad uscire indenni?

Ai tanti input proposti ha rispostobin maniera puntale il sociologo Francesco Pira.

 

“Vorrei iniziare questo intervento con una frase che da sempre considero centrale nel mio lavoro di sociologo, e che oggi risuona con forza:

“L’odio non può scacciare l’odio: solo l’amore può farlo. L’odio moltiplica l’odio, la violenza moltiplica la violenza…”

Lo diceva Martin Luther King. E quanto mai attuale risuona questa riflessione nel tempo in cui viviamo.

Questo è un momento storico in cui la fragilità si trasforma in violenza, in cui la sofferenza individuale viene riversata all’esterno, attraverso gesti estremi, insensati, spesso irrimediabili. Una stagione in cui molti giovani sembrano non trovare altri strumenti se non quelli dell’aggressività, della sopraffazione, della brutalità.

Ma come siamo arrivati fin qui? Quali dinamiche si sono innescate? Quali responsabilità ci appartengono?

La cronaca ci interroga – Il caso Paolo Taormina e altri episodi”. Uno simile ma per fortuna con conseguenze meno tragiche è avvenuto a Gela un mese fa.

Occorre partire dalla cronaca, che ancora una volta si fa specchio della realtà sociale più cupa. Pochi giorni fa, Palermo è stata sconvolta dall’omicidio di Paolo Taormina, un ragazzo di appena 21 anni, ucciso nel cuore della notte, a pochi metri dal locale dei suoi genitori. Un delitto che ha scosso fortemente la città e che ha portato il sindaco a proclamare il lutto cittadino.

L’ assassino è un 28enne, Gaetano Maranzano, con precedenti per rissa e spaccio. Interrogato, ha confessato di aver colpito Paolo con una pistola calibro 9 – detenuta illegalmente – perché lo avrebbe riconosciuto come il ragazzo che “aveva infastidito la sua ragazza”. Ma al di là della dinamica specifica, colpisce il contesto:

La violenza come unica risposta a un’offesa presunta.

La facilità di accesso ad armi da fuoco.

Il senso di impunità.

L’idea, profondamente radicata, che “a Palermo serve portarsi la pistola”, perché “è una città violenta”.

Questo episodio si somma a tanti altri che in Sicilia si susseguono con inquietante regolarità. Ricordiamo il caso agghiacciante di Caltanissetta, in cui due quindicenni hanno sequestrato e torturato un tredicenne, legandolo, picchiandolo e minacciandolo di morte. Un episodio che va ben oltre il bullismo: si tratta di vera e propria tortura.

E potrei continuare: minacce, aggressioni, baby gang, atti vandalici, furti, fino ai reati più gravi.

La serie di episodi è davvero lunga:

A Siracusa, aumentano le minacce tra adolescenti, spesso con coltelli in tasca.

A Catania e Palermo, baby gang, aggressioni e furti sono all’ordine del giorno.

Secondo i dati del Sole 24 Ore – Lab24, nel 2024:

Catania è al 24° posto in Italia per criminalità totale, 9° per omicidi preterintenzionali;

Palermo è 21ª per criminalità e 3ª per reati legati al traffico di stupefacenti;

Siracusa è 6ª in Italia per minacce.

Siamo davanti a un’emergenza sociale che si riflette nei numeri, ma che trova le sue radici in qualcosa di molto più profondo.

 

Analisi sociologica – Fragilità, isolamento, emulazione

Come sociologo, ho cercato negli ultimi anni di leggere questi fenomeni non solo come fatti isolati, ma come sintomi di una trasformazione profonda del nostro tessuto sociale.

Dopo il Covid-19, due elementi sono emersi con forza tra gli adolescenti:

Una nuova fragilità emotiva, spesso non riconosciuta, che porta al ritiro sociale.

La tendenza all’emulazione del peggio, come meccanismo identitario per affermarsi tra pari.

L’uso della violenza diventa così l’unico linguaggio per essere visti, per esistere, per “avere ragione”. Una logica distorta, ma profondamente radicata.

Come affermava il sociologo Zygmunt Bauman, nella società liquida i legami diventano fragili, le identità si fanno incerte e spesso i giovani cercano conferme nei modi più pericolosi.

Durkheim, già alla fine dell’Ottocento, parlava di “anomia” – uno stato di assenza di norme – come terreno fertile per il disagio sociale. Oggi viviamo una nuova forma di anomia: non più l’assenza di norme, ma la moltiplicazione disordinata di modelli e messaggi contraddittori.

Ci troviamo in una società che propone ai giovani ideali falsati di successo, potere, forza fisica, visibilità, spesso raggiunti attraverso la prevaricazione. E se la società non offre alternative credibili, la violenza può diventare una scorciatoia identitaria.

 

Cultura, media e iperrealtà – La violenza spettacolarizzata

Non possiamo ignorare il ruolo dei media, dei social network e dell’industria dell’intrattenimento in questa dinamica.

Serie come “Squid Game” o “Dahmer”, pur essendo pensate per adulti, sono consumate da giovanissimi senza filtro critico.

Challenge su TikTok, video su YouTube, canzoni e videoclip che ostentano ricchezza, armi, violenza come simboli di potere.

E infine, il fenomeno del “dark tourism”, con giovani che visitano luoghi di omicidi come se fossero attrazioni.

Tutto ciò produce un effetto di desensibilizzazione alla violenza e genera iperrealtà (cosi come sosteneva il filosofo e sociologo Jean Baudrillard): la realtà non è più distinta dalla finzione. E così anche la violenza sembra parte di un videogioco, senza conseguenze, senza empatia.

È in questo scenario che si rende urgente un passaggio fondamentale: dalla semplice media education alla buona educomunicazione.

La media education si è tradizionalmente occupata di insegnare ai giovani a “usare bene” i media, a distinguere i contenuti, a evitare i pericoli. Ma oggi non basta più. Siamo immersi in un sistema comunicativo pervasivo, frammentato, iper-emotivo. I giovani non hanno bisogno solo di istruzioni tecniche: hanno bisogno di una formazione culturale, emotiva e critica sul senso e l’impatto della comunicazione.

La educomunicazione non è solo una didattica dei media. È un approccio relazionale, attivo, partecipativo. Mira a costruire competenze critiche, etiche, narrative. Serve a formare cittadini consapevoli, capaci di interpretare e produrre messaggi responsabili.

In questo senso, la buona educomunicazione è uno strumento di prevenzione importante contro la violenza, perché agisce a monte, sulla rappresentazione della realtà, sul modo in cui i giovani vedono se stessi, gli altri e il mondo.

Coinvolgerli in percorsi di narrazione consapevole, dove imparano a raccontare la propria esperienza e ad ascoltare quella degli altri, significa disinnescare l’emulazione della violenza e costruire una cultura della pace e della comprensione reciproca.

Cosa possiamo e dobbiamo fare – Prevenzione, educazione, coesione

Allora, cosa possiamo fare? Cosa dobbiamo fare?

La repressione è necessaria, ma non sufficiente. Le forze dell’ordine non possono affrontare da sole questa deriva. Serve una strategia di prevenzione profonda:

nelle scuole, nei quartieri a rischio,nei centri giovanili.

 

Dobbiamo promuovere una rivoluzione educativa e culturale.

La scuola, la famiglia, i media hanno il dovere di trasmettere valori, senso civico, empatia.

I genitori devono tornare a essere presidi attivi dell’educazione: non si può lasciare TikTok a fare da maestro.

 

Un’altra direzione concreta e strategica è quella di introdurre con forza e continuità percorsi di educomunicazione nelle scuole, nei centri giovanili, nei territori. Non semplici laboratori digitali, ma veri spazi formativi ed espressivi, in cui i ragazzi possano:

sviluppare senso critico rispetto ai media e ai messaggi violenti o distorti;

rielaborare la propria esperienza con linguaggi narrativi sani (testi, video, podcast, teatro sociale);

sentirsi parte di un racconto collettivo e non soli davanti a uno schermo.

La buona educomunicazione, come strumento educativo e culturale, può diventare uno scudo contro l’imbarbarimento comunicativo e un ponte verso una nuova cittadinanza .

Le nostre città sono cambiate. Nuove popolazioni, nuove povertà, nuove religioni, nuovi bisogni. Servono progetti sociali di integrazione, inclusione, ascolto attivo, soprattutto nei quartieri.

Occorre un sistema legislativo coerente che metta le istituzioni locali in grado di agire:

Progetti educativi finanziati.

Azioni coordinate tra scuola, sanità, giustizia minorile.

Il tempo del coraggio educativo

Siamo arrivati a un bivio: o si agisce, o si arretra.

Non possiamo rassegnarci all’idea che la violenza giovanile sia un destino. Non possiamo accettare che un ragazzo di 21 anni muoia per una lite, o che due quindicenni si trasformino in aguzzini.

Come adulti, educatori, amministratori, dobbiamo recuperare il coraggio educativo. Bisogna ricordare ai nostri giovani che la forza non è nella pistola, ma nell’ascolto; non nella violenza, ma nella relazione; non nel potere, ma nella cura.

Ogni giorno dobbiamo pensare alle parole di Papa Francesco, che a mio avviso rappresentano il senso ultimo di questa sfida:

“Amate gli altri, cercate di vivere con amore, l’amore sana la vita”.

Ecco, se vogliamo davvero contrastare la violenza, cominciamo da qui”.

 

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