Gela – Ci sono incontri che non finiscono quando ci si saluta.
Continuano a lavorare dentro le persone, trasformandosi in idee condivise, in progetti, in visioni comuni.
È ciò che è accaduto tra Giusi Rinzivillo, presidente della FIDAPA – Federazione Italiana Donne Arti Professioni Affari, e Sonia Bouslama, curatrice della mostra Radical She.
Il loro primo confronto era avvenuto alcuni giorni prima dell’inaugurazione.
Un incontro nato per conoscere il progetto, ma che ben presto aveva superato gli aspetti organizzativi per diventare un dialogo intenso sul significato dell’arte, sul valore della cultura e sulla responsabilità che entrambe possono assumere nella crescita di una comunità.
Fu proprio quella conversazione ad affascinare profondamente Giusi Rinzivillo.
Sonia Bouslama non parlava semplicemente di una mostra.
Parlava dell’arte come di uno spazio di libertà, di educazione e di responsabilità; di un linguaggio capace di mettere in discussione stereotipi e pregiudizi senza ricorrere alla contrapposizione, ma attraverso la forza della bellezza e del pensiero.
Era una visione che la presidente della FIDAPA riconobbe immediatamente come familiare.
Perché è la stessa visione che la Federazione porta avanti da quasi un secolo.
La FIDAPA, infatti, non è soltanto una delle più importanti associazioni femminili italiane.
È una Federazione e un autorevole movimento di opinione, impegnato a promuovere una cultura della partecipazione, della cittadinanza attiva, della valorizzazione delle competenze femminili e della piena dignità della persona.
Da sempre la Federazione sostiene che il progresso di una società non si misura soltanto attraverso lo sviluppo economico, ma soprattutto attraverso la crescita culturale delle persone, la qualità del dialogo civile e la capacità di riconoscere valore a ogni individuo, senza discriminazioni né stereotipi.
Ascoltando Sonia Bouslama, Giusi Rinzivillo comprese che Radical She non era soltanto una mostra d’arte contemporanea.
Era un progetto culturale perfettamente coerente con la missione della FIDAPA.
Ieri, durante l’inaugurazione di HURMA, quel dialogo è naturalmente ripreso.
Sulla terrazza del Civico 111, significativamente chiamata “A Casa sono”, le riflessioni condivise nei giorni precedenti hanno trovato una nuova profondità.
Non si parlava più soltanto delle opere.
Si parlava delle persone.
«L’arte», spiegava Sonia Bouslama, «deve riuscire a cambiare il nostro modo di guardare il mondo. Solo allora diventa davvero necessaria.»
«Ed è esattamente ciò che la FIDAPA ha sempre cercato di fare attraverso la cultura», osservava Giusi Rinzivillo. «Generare consapevolezza prima ancora che consenso.»
Le due donne sembravano completare reciprocamente il proprio pensiero.
Non perché appartenessero allo stesso mondo, ma perché condividevano la stessa idea di futuro.
Una società nella quale il rispetto della persona costituisca il fondamento di ogni relazione.
Una cultura capace di educare senza imporre.
Un’arte che non divida, ma costruisca.
È in questo dialogo che emerge il significato più autentico di Radical She.
Le opere non raccontano una donna contrapposta all’uomo.
Raccontano la libertà dell’essere umano di esprimere pienamente la propria identità.
Per la FIDAPA questo significa riaffermare un principio che accompagna da sempre la propria azione: il mondo femminile e quello maschile non sono universi destinati a confrontarsi, ma realtà complementari che crescono nella misura in cui imparano ad ascoltarsi, rispettarsi e riconoscersi reciprocamente.
Educare le nuove generazioni a questa cultura dell’incontro rappresenta oggi una delle sfide più importanti.
Per questo la presidente Giusi Rinzivillo ha espresso la volontà di accompagnare gli studenti del “Morselle-Sturzo” all’interno di HURMA, affinché possano vivere non soltanto una visita artistica, ma un’esperienza educativa.
Davanti alle opere potranno interrogarsi sul significato della dignità, della libertà, dell’identità e del rispetto reciproco.
Perché è proprio nell’età della formazione che si costruisce una società capace di superare stereotipi e discriminazioni.
Ed è qui che il nome HURMA sembra acquistare una forza simbolica ancora più intensa.
Se, come il termine evoca in diverse tradizioni culturali, richiama l’idea di ciò che è inviolabile, di ciò che merita rispetto nella sua essenza più profonda, allora l’intero progetto assume una dimensione che va ben oltre quella artistica.
HURMA diventa il luogo della dignità.
Della persona.
Del rispetto.
Valori che la FIDAPA riconosce come propri fin dalla sua fondazione e che oggi ritrova sorprendentemente vivi nel linguaggio dell’arte contemporanea.
Anche “A Casa sono” racconta la stessa visione.
Non è soltanto il nome di una terrazza.
È una dichiarazione culturale.
È il luogo nel quale ogni persona può sentirsi accolta, ascoltata e riconosciuta.
Una casa del pensiero.
Una casa del dialogo.
Una casa della cultura.
Ed è proprio da questo spazio che Roberto Collodoro immagina di far crescere HURMA come laboratorio culturale permanente, destinato ad accogliere presentazioni di libri, incontri con autori, tavole rotonde, momenti di approfondimento e confronto tra artisti, studiosi, associazioni e cittadini.
Un luogo destinato a vivere ben oltre il tempo della mostra.
La FIDAPA ha scelto di far parte di questo percorso insieme al Soroptimist Club di Gela, all’Inner Wheel Club di Gela e al Rotary Club Satellite Esperia di San Gregorio di Catania – Tremestieri Etneo, nella convinzione che quando le associazioni fanno rete, la cultura diventa un autentico motore di crescita civile.
In questo stesso spirito si inserisce anche lo spettacolo che Giuliana Fraglica porterà in scena nella seconda metà di settembre, il cui ricavato sarà destinato al sostegno di HURMA, affinché questo progetto continui a crescere e a generare nuove occasioni di incontro.
Quando il pubblico lascia il Civico 111, le opere rimangono al loro posto.
Ma qualcosa continua a muoversi.
È quel dialogo iniziato giorni prima tra Sonia Bouslama e Giusi Rinzivillo e maturato ieri, durante l’inaugurazione.
Un dialogo che dimostra come l’arte possa ancora creare ciò di cui oggi c’è più bisogno: comunità.
Forse è proprio questo il significato più profondo di “A Casa sono”.
Non un luogo dove fermarsi.
Ma un luogo da cui ripartire, insieme.
