Milano – Un viaggio di lavoro tra i palazzi istituzionali della Lombardia può trasformarsi, a sorpresa, in un piccolo viaggio linguistico e culturale. È quanto mi è accaduto durante una serie di incontri presso la Regione Lombardia, dove ho avuto modo di confrontarmi con ex assessori e consiglieri regionali, persone abituate al governo della cosa pubblica ma anche, evidentemente, alle sfumature del linguaggio politico.
È stato proprio il linguaggio a tradirmi ed a rivelare ancora una volta una radice culturale più profonda. In modo del tutto spontaneo, mi sono rivolto a uno degli interlocutori chiamandolo “onorevole”. Un riflesso quasi automatico, che però ha suscitato una reazione inattesa. Mi ha prima sorriso e poi è scoppiato in una risata garbata ma sincera. Non faccio il nome ma si trattava di un importante ex Assessore della regione Lombardia, con incarichi nazionali di rilievo e plurieletto al Consiglio Regionale Lombardo. E dopo la risata la frase che mi ha gelato:
«Onorevole si usa per chi è eletto a Roma», mi ha spiegato con tono leggero. E subito dopo, quasi a voler alleggerire ulteriormente la scena, ha aggiunto: «Capisco però, in Sicilia è diverso». Da lì si è aperto un breve ma interessante scambio sulle abitudini linguistiche tra Nord e Sud Italia.

In effetti, nell’isola il titolo di “onorevole” è “abusato” con una certa elasticità. Non solo per i membri del Parlamento nazionale, ma anche per i deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana. E, cosa ancor più curiosa, il titolo spesso sopravvive misteriosamente alla carica. Dopo la fine del mandato, chi è stato eletto continua a essere chiamato “onorevole”. Una forma di rispetto, certo, ma anche una consuetudine radicata.
Altrove, invece, la prassi è più rigorosa. Il titolo è strettamente legato al ruolo e cessa con esso. Chi è stato eletto in Parlamento, una volta terminato il mandato, perde formalmente quell’appellativo. Una distinzione che può sembrare sottile, ma che rivela un diverso modo di intendere il rapporto tra istituzioni e persona.
Perché, allora, questa differenza? In Sicilia, la permanenza del titolo sembra rispondere a una concezione più “personale” della rappresentanza politica. L’eletto non è solo un funzionario temporaneo dello Stato, ma una figura che mantiene nel tempo un certo prestigio sociale. Il titolo diventa parte dell’identità, un riconoscimento che va oltre il mandato.
Nel resto d’Italia, invece, prevale una visione più istituzionale e meno personalistica. È la carica a essere “onorevole”, non la persona in sé. Una volta terminata, resta il ricordo dell’incarico, ma non il titolo.
Questa distinzione apre una riflessione assai ampia. Essere “onorevoli” nel senso autentico del termine non dovrebbe dipendere da un’elezione o da una carica. L’onore è una qualità che si misura nei comportamenti, nella correttezza, nella coerenza e nel rispetto degli altri. È qualcosa che si costruisce ogni giorno, ben oltre i confini di un’aula parlamentare.
Forse, allora, la vera domanda non è chi abbia diritto a essere chiamato “onorevole”, ma chi riesca davvero a esserlo. E la risposta, con ogni probabilità, non si trova nei titoli, ma nei fatti.
