In un’epoca poi on così lontana, ma abbastanza da sembrare un racconto epico a Gela il barbiere non era semplicemente un barbiere. Era l’intellettuale del quartiere, il consulente matrimoniale, l’analista politico, il mental coach del tifoso di calcio e, soprattutto, il guardiano di un patrimonio culturale: le figurine con le fimmini nure che i ragazzini, con la “faccia”di chiedere “posso entrare?”, spiavano con gli occhi spalancati come se guardassero la Divina Commedia illustrata.
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Devo ringraziare il mio amico Roberto Aliotta che mi ha aiutato in questa ricostruzione di “storia patria” da bravo figlio di barbiere.
Le sale da barba erano veri parlamenti. Anzi, meglio dei Parlamenti moderni perché almeno li qualcosa si tagliava.
Vi sblocco qualche ricordo:
Ciccio Salinitro in Via Bresmes detto il barbiere sommelier
Ciccio Salinitron era un fenomeno antropologico. Il salone?
Una mistura di colonia, brillantina e odore di vino buono, perché Ciccio era un estimatore del nettare di Bacco. Tagliava i capelli con la precisione di un chirurgo fino alla terza “assaggiateddra”. Da lì in poi il taglio diventava creativo, impressionista, un po’ alla “Picaxxo” Ma lui era sempre allegro, e i clienti pure. Anche i clienti dopo due brindisi vedevano ogni taglio bellissimo.
“U Tripulitanu” in Via Generale Cascino: il baffo immortale.
Si dice che il baffo di “U Tripulitanu” fosse ispirato a Ernesto Calindri mitico attore teatrale italiano degli anni cinquanta. In realtà, molti sostengono che fosse Calindri a essersi ispirato a lui. Entrare da “U Tripulitanu” significava trovarsi davanti un personaggio d’altri tempi, con baffi che oscillavano mentre dispensava giudizi politici più affilati delle sue lamette. Ti tagliava i capelli e nel frattempo ti sistemava le idee.
Nele Aliotta sempre Via Generale Cascino. Il barbiere giullare.
Nele Aliotta, invece, trasformava il salone in uno spettacolo comico permanente. Uomo di spirito, più che un barbiere era un animatore turistico d’altri tempi.
Mitiche le sue “scarpe da donna” Un cliente entrava con le sue scarpe normali e usciva con un paio di décolleté numero 38.
E poi le bombette, quei piccoli petardi che esplodevano nella sala, utili principalmente per testare la tenuta cardiaca dei clienti più anziani. Ma si rideva sempre. Era impossibile non ridere con Nele. Diciamo che il figlio Roberto ha il suo DNA.
La scuola niscemese va poi ricordata come la Juventus dei barbieri.
Una verità acquisita era che “I megghiu barbieri sunnu i Niscemesi.”
E infatti a Gela “scinnivunu” una schiera di garzoni da barba provenienti da Niscemi, che per tradizione e talento erano considerati il top del top dell’epoca. Ed ancora oggi la scuola sopravvive. Basta vedere Gianni Licco, che a Caposoprano porta avanti l’antica arte come un samurai della forbice e della lametta.
Il mite Sig. Tranchina
Gentilezza fatta persona.
Il Sig. Tranchina ti accoglieva come un ospite più che come un cliente. Anche se ti faceva aspettare, nessuno si lamentava. Era come sedersi in un tempio zen, dove la lama sfiorava la pelle con la stessa delicatezza di un bacio.
Ed ancora il leggendario Dorrico.
Dorrico era un mistero scientifico. Per una barba da cinque minuti ci metteva due ore e mezzo. Nessuno ha mai capito come facesse.
Si sospetta che durante quei due ore e mezzo si prendesse una pausa caffè invisibile,oppure entrasse in uno stato meditativo.
Esercitava vicino l’ex caserma dei pompieri, forse per sicurezza: se qualche cliente prendeva fuoco dalla rabbia, almeno erano già in zona. Ed ancora il Sig. Costanzo in Via Marconi.
Puntuale, metodico, serio. Un barbiere “di precisione svizzera”, in un quartiere che all’epoca di svizzero non aveva nulla. Tra i più moderni ricordiamo Giovanni Pappalardo, Franco Tilaro ed Elio Tilaro.
Rappresentavano negli anni ottanta la nuova generazione.
Giovanni Pappalardo
fu lui a tagliare il mio primo capello, accanto al Piccadilly, quando il Piccadilly vendeva materiali per l’agricoltura e non cocktail colorati.
Giovanni divenne addirittura il barbiere di calciatori famosi a Milano, un parrucchiere da Champions League, per poi tornare a Gela. Come tutti gli eroi veri.
Franco ed Elio Tilaro
ancora in esercizio e che portarono modernità, stile, tecnica. Meno curtighiu, più professionalità, ma sempre quella mano densa di tradizione gelese. Il Sig. Occhipinti tra la villa e il convitto Pignatelli era il barbiere “di prossimità”. Uomo serio, affidabile, perbene.
L’altro Occhipinti, vicino il Motel Agip, allora in aperta campagna, era invece considerato il salone degli snob. Se ci andavi, eri qualcuno. O volevi sembrare qualcuno.
E poi “Chiù la ca’ quà?” il filosofo sotto l’arco in piazza Roma.
Chi non lo ricorda? Il suo soprannome era una domanda esistenziale: “Chiù la ca’ quà?”
Abbiamo narrato dei tempi quando le sale da barba erano università popolari.
Una Gela dove si discuteva di politica più seriamente che in Consiglio comunale. Dove si parlava di calcio come se la p palla l’avessimo inventata noi. Dove si rideva, si spettegolava, si cresceva.
Le sale da barba erano templi del curtighiu, della socialità, della mascolinità d’altri tempi, ma soprattutto erano luoghi dove si costruiva comunità.
Oggi i barbieri sono moderni, pieni di stile , con le luci a LED e colori ultra vivaci e le barbe sfumate a regola d’arte.
Una cosa è certa però e che a Gela, i barbieri non sono mai stati semplici barbieri. Sono stati e saranno sempre custodi di un pezzo d’anima della città fin dai tempi in cui dal “barbiere dentista” si “cavavano i denti” o dal barbiere medico si “applicanu i chiatti” ovvero si eseguiva il salasso immergendo i piedi con le sanguisughe. Martedì, perché il lunedì non lavora, vai dal tuo barbiere ed abbraccialo. Fa parte della tua storia di vita.
