Chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato

26/10/2025
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Continua l’appuntamento con la rubrica ‘La domenica del Signore’ curata dal prof. Massimo Cassara’, docente di teologia.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 18,9-14

In quel tempo, Gesù disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l’intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri:
«Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano.
Il fariseo, stando in piedi, pregava così tra sé: “O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo”.
Il pubblicano invece, fermatosi a distanza, non osava nemmeno alzare gli occhi al cielo, ma si batteva il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”.
Io vi dico: questi, a differenza dell’altro, tornò a casa sua giustificato, perché chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia sarà esaltato».

 

 

XXX Domenica del tempo ordinario

 

“Tutto dovrebbe essere reso il più semplice possibile, ma non più semplice” scriveva Einstein. Come dire che si fa quel che si può a patto che non si renda banale ciò che tutt’altro è! Il brano di questa Domenica rischia di imbrigliarsi nella fittissima letteratura scientifica prodotta da una certa psicologia, costruita sulla necessità di un riscatto dal sapore antropocentrista.

Si tratta di un filone di pensiero che appartiene per lo più al rigorismo di matrice giansenista ed al predestinazionismo di origine Luterana. Nulla a che fare con l’ortodossa teologia ed antropologia Cattolica . Per il mondo l’uomo sarebbe annichilito nel suo splendore da un Dio opprimente e svilente.

Pertanto “tirarsi su” sarebbe un dovere; per questa ragione si riterrebbe necessario e legittimo iniettarsi dosi massicce di autocompiacimento ed autoesaltazione: “Sono giusto, sono onesto, sono fedele”, è così che dice il fariseo al tempio! Oggi potremmo aggiungere “Sono forte, sono indipendende ed anche onnipotente!”. Se non fosse per il drammatico disagio che accompagna l’uomo contemporaneo, potremmo ritenerci soddisfatti per quanto sin ora commentato del brano evangelico, magari concludendo con un compassionevole “Povero uomo”, ricordandogli, con simpatia ed affetto, la popolare massima “chi si loda s’imbroda”, seppure non ci piaccia affatto vederlo coperto di ridicolo e grande imbarazzo!

Sarebbe così se il genio Fisico non ci avesse messi in guardia, poichè estremamente serio è il rischio di semplificare la vicenda del fariseo al tempio al punto tale da classificarla, e conseguentemente accantonarla , quale innocente e legittima manifestazione di una umanità che, sgretolando pian piano i pilastri che reggevano il proprio edificio, è rimasta a blaterare in ogniddove il proprio commiserevole IO SONO, IO DICO, IO FACCIO! La questione posta da Cristo, il severo ammonimento rivolto agli astanti presuntuosi, se non colta nel suo profondo significato, potrebbe avere agghiaccianti risvolti. Il brano mette in guardia l’uomo dai tiri mancini che una autoreferenzilità spinta potrebbe lanciargli: mentre ti dichiaro mio Signore, di fatto proclamo l’idolatria del mio esuberante IO! Peggio dell’ateismo ideologico vi è l’inganno, la menzogna raccontata a se stessi: appago il mio tradizionalista ritualismo religioso osservando formalmente il precetto di andare a Messa, battezzare mio figlio, consegnare qualche spicciolo all’immigrato, ma sia chiaro che la salvezza è tutta opera mia, opera del mio giusto, onesto, generoso operare! Domanda tutt’altro che retorica: ed il Sacrificio di Cristo sulla Croce, il suo spogliarsi di regalità divina (Kenosis), la sua condiscendenza (Synkatabasis)?

Svuotare di senso l’Incarnazione, la morte in Croce di Gesù non è dissacrante, non offende Dio e la Sua giustizia, piuttosto sancisce una consapevole scelta di condanna, l’uomo si autoesclude dall’assunzione divina che cristifica l’uomo, rendendolo adeguato ad apparire davanti a Dio in quanto , finalmente, conforme alla Sua santa e perfetta divinità!

Prof. Massimo Cassarà

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