Continuano gli appuntamenti con il commento al Vangelo della domenica del prof. in teologia Massimo Cassara’ ( nella 1foto) che ha accettato il nostro invito a curare la pagina di fede.

XXVIII Domenica del tempo ordinario.
Lc 17, 11-19
Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attraversava la Samarìa e la Galilea.
Entrando in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermarono a distanza e dissero ad alta voce: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”. Appena li vide, Gesù disse loro: “Andate a presentarvi ai sacerdoti”. E mentre essi andavano, furono purificati.
Uno di loro, vedendosi guarito, tornò indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samaritano.
Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci? E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all’infuori di questo straniero?”. E gli disse: “Àlzati e va’; la tua fede ti ha salvato!”.
“Grazie a Dio ce l’ho fatta!
Quando il sentimento religioso permeava il cuore dell’uomo, era questa l’esclamazione ricorrente dopo uno scampato pericolo. Rendere Gloria a Dio era quasi connaturato all’uomo. Il delirante atteggiamento oggi diffuso, determinato dalla Tecnica Moderna, era pressochè inesistente. La Civitas Christiana con tutte le sue contraddizioni, era cristiana, nel senso che (al netto di tragici travisamenti interpretativi di alcuni uomini di fede o presunti tali) i contorni della sua antropologia erano netti, delineati inequivocabilmente e finalizzati alla acquisizione della giusta valutazione del “sè”.
Ciò che questa Domenica ci dona la pericope Evangelica non riguarda il prima o il durante del tempo di Cristo, ma quel dopo felice che ha caratterizzato secoli di vissuto di fede espresso con mirabile maestria ed arte creativa ancora oggi fruita e contemplata da centinaia di milioni di cristiani e non. Le magnifiche Cattedrali erette al centro di ogni grande e piccola città dell’Occidente ed in parte dell’Oriente, con le loro ineguagliabili opere pittoriche, non sono forse il segno evidente di una fede desiderosa di render Gloria a quel Dio resosi manifesto in Cristo?
Le vertiginose guglie gotiche erette dai popoli cristiani non dicono forse con orgoglio lo scarto dimensionale tra l’uomo ed il loro Dio? Vi è la chiara e vitale consapevolezza che l’essere umano sopravvive a se stesso se si riconosce di fronte ad una Alterità assoluta, un totalmente Altro da sè, incontaminato da invidia, odio, ingiustizia, iniquità e prevaricazione. Quel Dio che non potrà mai rischiare l’autodistruzione di chi è invece lacerato e diviso in sè. Tornare indietro a ringraziare Gesù, così come fece il samaritano, significa rintracciare fuori da sè e fissare nella propria memoria l’antidoto alla disperazione della solitudine; la riunificazione dell'”io” interiore non è forse la percezione più evidente, immediata di una vita ritrovata, di una salvezza intercettata?
Miraggio, meta irraggiungibile in chi autoreferenzialmente cerca dentro le minuscole quattro mura del proprio “io” il senso del vivere con annessa gioia.
Tuttavia occorre accennare ad destino dei 9 lebbrosi che non tornarono indietro a ringraziare chi li aveva sanati. Per loro nessun castigo divino all’orizzonte, non è Dio che necessita di gratificanti encomi, nessuna inadempienza potrà mai scalfire la dignitá divina, è la liturgia a ricordarcelo nel Messale Romano; questo afferma che “I nostri inni di benedizione non accrescono la Tua grandezza, ma ci ottengono la grazia che ci salva”.
Renderemmo un torto imperdonabile a Luca se attribuissimo al brano un intento moraleggiante; tornare a Dio per ringraziare non è un dovere morale per il credente, tornare da Dio significa accettare la proposta di un legame inedito e sorprendente; significa ricondursi alla sorgente del bene dal quale ogni vita riprende forma per raggiungere la sua pienezza. Eucaristia non significa forse ringraziamento? Cosa è dunque questo tornare a Messa ogni Domenica se non il sapiente ricondursi alla sorgente dalla quale è rinata e si abbevera ininterrottamente la vita nuova del risanato da lebbra o da qualsiasi altra malattia?”
Massimo Cassara’
