Il Memorandum d’Intesa tra Stati Uniti e Iran rischia di essere ricordato come una delle più importanti vittorie diplomatiche ottenute da Teheran negli ultimi vent’anni. Non solo. Tra i beneficiari indiretti dell’accordo figurano anche Russia e Cina, mentre per Washington si profila il rischio di aver rinunciato alle proprie principali leve senza ottenere risultati proporzionati.
Il cuore della questione si trova negli ultimi articoli del documento, quelli che riguardano lo sblocco dei fondi iraniani, il meccanismo di attuazione e la futura approvazione dell’intesa da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite.

Il punto 11 rappresenta una svolta di enorme portata. Gli Stati Uniti si impegnano infatti a rendere pienamente disponibili i fondi iraniani congelati all’estero e a rilasciare tutte le autorizzazioni necessarie affinché tali risorse possano essere utilizzate senza restrizioni dalla Banca Centrale della Repubblica Islamica.
Per anni Washington ha costruito la propria strategia sulla cosiddetta “massima pressione” ovvero strangolare economicamente Teheran attraverso sanzioni e isolamento finanziario. Oggi, però, la prospettiva sembra capovolta. L’Iran non soltanto sopravvive alle sanzioni, ma si prepara a recuperare miliardi di dollari in attività bloccate, rafforzando la propria economia e la propria capacità di proiezione regionale.

È proprio qui che emerge il paradosso politico. L’amministrazione Trump aveva promesso un accordo più duro e più favorevole agli Stati Uniti rispetto a quello raggiunto nel 2015. Eppure, alla luce dei punti resi noti, appare difficile individuare quali concessioni irreversibili abbia ottenuto Washington in cambio dello sblocco delle risorse iraniane e dell’allentamento della pressione economica.
L’Iran mantiene la propria struttura politica, conserva la propria autonomia strategica e ottiene la progressiva normalizzazione dei rapporti economici. In altre parole, raggiunge molti degli obiettivi che per anni aveva perseguito senza dover accettare una resa politica.
Ancora più significativo appare il punto 14. L’accordo finale dovrebbe infatti essere approvato tramite una risoluzione vincolante del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Un dettaglio tecnico soltanto in apparenza.
Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza conferirebbe infatti all’intesa una legittimazione internazionale molto più forte, rendendo più difficile per future amministrazioni statunitensi ritirarsi unilateralmente dall’accordo come accaduto nel 2018. Per Teheran sarebbe una sorta di assicurazione diplomatica contro futuri cambi di rotta a Washington.
Se l’Iran appare il vincitore diretto, Russia e Cina sembrano essere i principali beneficiari indiretti.
Mosca vedrebbe rafforzarsi un partner strategico fondamentale nello spazio euroasiatico. Un Iran economicamente più stabile e meno isolato favorirebbe lo sviluppo dei corridoi commerciali che collegano Russia, Caucaso, Asia Centrale e Oceano Indiano, aumentando il peso geopolitico dell’intero blocco continentale alternativo all’Occidente.
Anche Pechino ha pochi motivi per lamentarsi. La Cina è già oggi il principale partner economico dell’Iran e uno dei maggiori acquirenti del suo petrolio. Lo sblocco delle risorse finanziarie e una maggiore integrazione dell’economia iraniana nei mercati internazionali potrebbero accelerare ulteriormente i progetti infrastrutturali legati alla Nuova Via della Seta, consolidando la presenza cinese in Medio Oriente.
L’impressione complessiva è che l’accordo fotografi un cambiamento più profondo degli equilibri mondiali. L’epoca in cui gli Stati Uniti potevano imporre unilateralmente le proprie condizioni ai rivali sembra lasciare spazio a un sistema più multipolare, nel quale potenze come Iran, Russia e Cina dispongono di strumenti sufficienti per resistere alle pressioni occidentali e trasformare la resilienza in vantaggio negoziale.
Se i contenuti del memorandum saranno confermati, Teheran potrà rivendicare di aver ottenuto il riconoscimento internazionale, il recupero delle proprie risorse finanziarie e la fine di una parte sostanziale dell’isolamento economico. Mosca e Pechino vedranno rafforzarsi un alleato strategico. Washington, invece, dovrà spiegare quali risultati concreti abbia ottenuto in cambio.
E potrebbe non essere una risposta semplice.
