Niscemi scivola giù insieme alla sua collina, mentre sopra le macerie cresce un palcoscenico affollato. Politici locali, regionali e nazionali rilasciano interviste ed analisi spesso non richieste.
Parlano tutti e troppo.
Qualcuno appare pure ridicolo perché non perde occasione per stare zitto. È ricomparso perfino Crocetta che non sentivamo da qualche tempo ma che in realtà ha correttamente “spostato il focus” a livello nazionale vista la portata dell’evento.

Il primo attore di questo teatro è stato La Vardera, protagonista instancabile negli ultimi mesi di conferenze, annunci e dossier sventolati davanti alle telecamere. Una scena che ricorda molto certe stagioni di crocettiana memoria. Più gesti simbolici, ci vogliono anche quelli, che responsabilità concrete, più narrazioni che soluzioni.

Nel frattempo la Procura di Gela apre fascicoli, acquisisce atti, lascia intendere che ci saranno indagati non guardando in faccia nessuno.
Ed è giusto così.
Ma una comunità matura dovrebbe già sapere che indagati non significa colpevoli. A volte, ed è una verità che pochi vogliono pronunciare, la responsabilità potrebbe essere diffusa nel tempo, oppure appartenere a un equilibrio fragile tra natura e scelte umane. Amaramente mi tocca parlare del “Padre eterno” e del semplice “buon senso umano. Un modo per ricordare che non ogni tragedia trova un capro espiatorio perfetto.
La dimensione della frana impone una domanda che la politica evita. ” E se fosse un evento prevedibile ma non realmente controllabile?” Prevedibile, certo, perché da anni esistono studi e allarmi. Ma controllabile? Qui il silenzio diventa assordante.

Il sindaco Massimiliano Conti ha richiamato le note inviate negli anni alla Regione e agli altri enti competenti, segnalazioni e richieste rimaste a lungo sospese tra burocrazia e attese. Saranno gli atti a stabilire cosa è stato fatto e cosa no. Ma mentre gli investigatori si preparano a lavorare con i primi incarichi tecnici affidati, la politica continua a cercare colpevoli rapidi invece di dire la verità più difficile.
Qualcuno dovrebbe smettere di polemizzare e spiegare ai cittadini se davvero esiste una prospettiva di rientro per gli sfollati. Non domani mattina, ma tra 30, 50, 100 o 200 anni cosa resterà della parte più antica della città?La questione passando i giorni non è solo emergenziale ma riguarda il destino stesso della città di Niscemi.
Serve a questo punto “brutalità intellettuale”, non slogan. Se alcune aree non torneranno più come prima, bisogna dirlo adesso cristallizzando una certezza. Se la collina continuerà a muoversi, bisogna avere il coraggio di pianificare un futuro diverso. I niscemesi non meritano il teatro della politica, ma una verità anche scomoda.
Forse è arrivato il tempo di costruire una vera e propria “arca” che non sia un rifugio simbolico, ma un progetto concreto capace di custodire memoria storica, cultura e affetti di una comunità che rischia di cambiare per sempre. Perché mentre molti parlano, la terra continua a scendere. E la storia lo sappiamo bene tutti non aspetta chi recita.
