Ospitiamo ancora una volta la riflessione socio-politica del dott. Giuseppe Cammarata sulla gattopardesche elezioni dove i partiticchi che ottengono uno o due sindaci intonano il ‘Toreador ritorna vincitor’ e invece hanno ottenuto la Vittoria di Pirro.

“Da anni, ormai, i commenti post-elettorali, soprattutto quando si parla di elezioni amministrative, sono sempre gli stessi. Potremmo tranquillamente fare un copia e incolla da una tornata all’altra: tutti vincono, nessuno perde.
Le sfumature certamente contano. I punti di vista sono diversi e, di conseguenza, i risultati devono essere letti alla luce delle aspettative, della storia politica di un territorio, dei rapporti di forza e degli obiettivi che ciascuno si era prefissato. Un partito che cresce può avere motivi per sorridere anche senza conquistare il comune più importante. Un altro può aver perso terreno pur riuscendo a mantenere una posizione di potere.
Fin qui tutto normale.
Quello che risulta sempre più insopportabile (almeno per chi scrive) è un altro fenomeno: l’abuso sistematico di parole enormi per descrivere eventi spesso ordinari. Non esistono più le vittorie. Esistono solo le vittorie storiche!
Ogni sindaco eletto compie un’impresa epocale. Ogni lista civica che supera il 2% “scrive una pagina di storia”. Ogni comune conquistato diventa una nuova presa della Bastiglia. Che poi il comune abbia duemila abitanti e una sola rotonda è un dettaglio secondario. Due consiglieri comunali conquistati diventano “un segnale per il governo” e “rischiano di cambiare le coordinate delle coalizioni a livello nazionale”.
La storia viene convocata con una facilità impressionante. “Abbiamo fatto la storia”. “Una vittoria storica”. “Un risultato che cambia tutto”. Frasi che vengono pronunciate con la stessa frequenza con cui il barista chiede se vogliamo lo zucchero nel caffè.
Eppure, prima di chiamare in causa la storia, forse sarebbe meglio studiarla un po’….
Perché la storia è fatta di guerre, rivoluzioni, conquiste civili, cambiamenti che modificano davvero la vita delle persone. Non sempre coincide con l’elezione di un consigliere comunale in più o con una coalizione che conquista il municipio dopo due mandati all’opposizione.
Ma il problema non riguarda soltanto le elezioni. È l’intero racconto della politica ad essersi piegato alla logica dell’esagerazione permanente.
Così assistiamo al miracolo quotidiano della trasformazione dei politici in statisti. Figure che fino al giorno prima amministravano un quartiere o guidavano una segreteria locale vengono improvvisamente raccontate come grandi visionari. Leader destinati a lasciare un’impronta indelebile nella storia del Paese. Uomini e donne di Stato. Padri e madri della patria.
Poi magari basta aspettare qualche mese e li ritroviamo in un altro partito.
Anche qui, tuttavia, occorre stare attenti alle parole. Una volta si chiamava trasformismo. O, per i meno diplomatici, opportunismo. Oggi invece si parla di capacità di interpretare i cambiamenti della società, di lettura avanzata degli scenari politici, di coraggio nell’anticipare i tempi.
Tradotto: cambia casacca.
Ma non ditelo troppo forte… Potreste apparire poco raffinati. Meglio parlare di strategia !
Così il consigliere comunale diventa un maestro di tattica politica. Il dirigente di partito un raffinato analista geopolitico. Il voltagabbana un innovatore. E chi riesce a passare da uno schieramento all’altro mantenendo la poltrona viene descritto come una sorta di Machiavelli dei nostri tempi.
La realtà, nel frattempo, continua a svolgere il suo ingrato lavoro. Le strade restano da sistemare, i servizi da migliorare, i problemi da affrontare. Ma quelli fanno meno notizia delle conferenze stampa in cui si celebra l’ennesima svolta epocale.
In fondo la politica sta semplicemente adottando il linguaggio del nostro tempo. Lo stesso linguaggio che, sui social, trasforma ogni opinione in una lezione magistrale, ogni video in un capolavoro e ogni sbadiglio ripreso con la giusta musica di sottofondo in una sinfonia da milioni di visualizzazioni.
Tutto deve essere straordinario, unico e memorabile.
Perché l’ordinario non genera like. La normalità non produce engagement. La misura non diventa virale.
E così siamo arrivati al punto in cui ogni elezione è storica, ogni politico è uno statista e ogni cambio di partito è una sofisticata operazione strategica.
Forse sarebbe già un progresso tornare a usare le parole per quello che significano. Dire che si è vinto quando si è vinto, dire che si è perso quando si è perso, riconoscere che esistono amministratori capaci senza per questo trasformarli in Churchill. E ammettere, finalmente, che spesso un cambio di schieramento nasce semplicemente dalla convenienza e non da una profonda riflessione sul destino della nazione.
Anche perché la storia, quella vera, ha un’abitudine curiosa: quando accade davvero, di solito non ha bisogno di essere annunciata con un comunicato stampa”.
Dott. G
