Tutti esperti e nessun colpevole: il meraviglioso sport italiano

Preferiamo spesso avere ragione invece di cercare la verità
09/05/2026
Tempo di lettura: 2 minuti

In Italia non abbiamo solo il calcio come sport nazionale. C’è una disciplina più praticata, più diffusa e soprattutto gratuita. Stiamo parlando del tuttologismo.
Siamo tutti esperti di tutto.
Io per primo, sia chiaro, perché sarei ipocrita scrivere un pezzo contro i tuttologi senza ammettere di esserne “come tanto” socio fondatore, tesserato onorario e candidati alla vicepresidenza.
In Italia nasci, ti danno il codice fiscale e automaticamente acquisisci competenze certificate in politica estera, religione , sport vari, crisi di governo, processi penali, urbanistica, geopolitica del Medio Oriente e formazione ideale della Nazionale.
Non serve studiare o laurearsi. Basta avere un gruppo WhatsApp attivo.

Il lunedì siamo commissari tecnici della Nazionale, il martedì costituzionalisti, il mercoledì criminologi, il giovedì economisti, il venerdì esperti di Vaticano e il sabato medici specializzati in qualunque patologia.
La domenica riposo o diagnosi gratuite in famiglia.
La verità è che l’essere tuttologi è una forma di patriottismo. È il nostro vero Made in Italy. Altro che moda e cucina.Noi esportiamo opinioni richieste e non richieste.

E in questi giorni il tuttologismo ha trovato il suo nuovo derby. Il giallo di Garlasco. Siamo tornati tutti investigatori, giuristi, analisti forensi e consulenti di parte. C’è pure chi ha già risolto il caso guardando tre reel su facebook e un servizio di “Quarto Grado”.

E qui arriva il mio momento da tuttologo.
E se per davvero la magistratura avesse preso una cantonata enorme ed Alberto Stasi fosse innocente, allora il tema Nazionale diventerebbe inquietante.
Non sarebbe più un caso di cronaca nera, ma una fotografia del rapporto tra giustizia, errore e destino in Italia.
Perché significa che chiunque potrebbe finire travolto da un ingranaggio giudiziario più grande di lui. E questa ahimè non è una suggestione televisiva ma una paura civile di “Tortoriana” memoria .
L’idea che una verità processuale possa non coincidere con la verità reale è una di quelle cose che fanno perdere il sonno.
Ma c’è un altro aspetto che lascia perplessi, ed è l’atteggiamento della famiglia di Chiara Poggi.


Comprensibile il dolore. Comprensibile il trauma. Comprensibile perfino la stanchezza per anni di processi, telecamere, dibattiti e morbosa attenzione pubblica.
Molto meno comprensibile appare quella chiusura totale, assoluta, quasi impermeabile, verso qualunque ipotesi diversa da quella cristallizzata nella condanna di Alberto Stasi.
Perché alla fine, a una famiglia distrutta da una tragedia simile, dovrebbe interessare soprattutto una cosa: la verità.
Non quella già scritta. Non quella più comoda. Non quella più sopportabile.
La verità.
Anche se fosse diversa. Anche se fosse dolorosa. Anche se costringesse tutti a riscrivere tutto.
Perfino l’atteggiamento del fratello di Chiara, per quanto umanamente comprensibile, lascia spazio a molte riflessioni. Il dramma familiare è sacro, ma la giustizia è un’altra cosa.
Le due dimensioni non sempre coincidono.
E forse proprio qui si vede il limite del nostro essere tutti esperti di tutto. Scegliamo sempre la versione che ci rassicura, non quella che ci obbliga a dubitare.
Preferiamo spesso avere ragione invece di cercare la verità.
E così restiamo lì, nel nostro habitat naturale: il bar, il talk show, il gruppo WhatsApp, il commento Facebook.
Tutti procuratori. Tutti giudici. Tutti innocenti.
Naturalmente, tutti senza avere gli atti.

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com