Crans Montana: perché molti giovani hanno ripreso invece di fuggire

Dietro le immagini che sconvolgono, non c’è superficialità. C’è un freeze cognitivo, un meccanismo antico che sfida la nostra comprensione
06/01/2026
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Ha sconvolto il mondo la tragedia del Crans Montana. Ospitiamo oggi la Psicologa – Grafologa Forense, Nancy Genovese che sviluppa  una tesi professionale ‘fuori rotta’ sull’ argomento.

“Le nostre più sentite condoglianze vanno alle famiglie colpite dalla tragedia di Crans Montana. Di fronte a simili perdite, le parole sembrano sempre insufficienti. Eppure, provare a capire cosa accade quando il pericolo improvviso travolge vite così giovani è un gesto dovuto, un passo verso la comprensione e la prevenzione.

Molti si sono chiesti, guardando i video: perché i ragazzi continuavano a filmare invece di scappare? E’ questione di superficialità, leggerezza o incoscienza? La risposta è nascosta nei meccanismi più profondi del cervello umano, in particolare nella corteccia prefrontale!

Quando il pericolo si presenta all’improvviso, l’istinto di sopravvivenza non scatta sempre automaticamente. Può entrare in gioco un fenomeno antico, chiamato freeze, una paralisi cognitiva che blocca la capacità di agire, pur lasciando il corpo apparentemente attivo. È lo stesso che osserviamo in natura. Pensate a una gazzella che vede un leone emergere tra gli alberi: non scappa subito. Rimane immobile, le zampe tese, il cuore che corre, mentre il cervello valuta il rischio. Ogni secondo conta, ogni movimento potrebbe essere fatale.

Questo accade anche davanti a un incendio improvviso. Il corpo può sembrare attivo: gli occhi scrutano, le mani afferrano oggetti, i piedi sembrano pronti a correre. Ma la corteccia prefrontale – la parte del cervello che pianifica, valuta i rischi e prende decisioni complesse – entra in sovraccarico. Nei giovani, questo fenomeno è più intenso: la corteccia prefrontale è ancora in sviluppo e meno efficiente nel modulare paura, impulsi e azioni automatiche. Il cervello cerca segnali dall’ambiente: se nessuno corre o urla, la minaccia viene inconsciamente ridotta. La calma apparente inganna, e l’istinto di fuggire viene sospeso.

In questo contesto, il telefono può diventare una vera ancora cognitiva. Riprendere non è esibizionismo. È un tentativo – spesso inconsapevole – di creare distanza dal pericolo, di trasformarlo in qualcosa di osservabile, apparentemente controllabile. È un riflesso umano antico, amplificato dalla tecnologia: il cervello usa ciò che ha a disposizione per reagire, anche se non è la scelta più sicura.

Non si tratta di giudicare i ragazzi. Quei secondi in cui riprendono invece di scappare non sono superficialità: sono la manifestazione di una risposta neurologica naturale, che sfugge al controllo volontario. Comprendere questo meccanismo è fondamentale. La prevenzione non può limitarsi a dire “scappate!”. Occorre allenare la capacità di percepire il pericolo prima che la corteccia prefrontale venga sopraffatta, ristabilire il collegamento con l’allarme interno, quel senso di urgenza primario che a volte il cervello ignora.

C’è una verità scomoda per noi adulti. Dire ai nostri figli “stai lontano dal pericolo” è corretto, ma spesso astratto. Presuppone che sappiano riconoscere il pericolo prima che sia evidente a tutti. Per questa generazione non è facile, non perché siano fragili, ma perché vivono in un mondo in cui l’azione è collettiva, la conferma esterna precede la decisione e osservare è premiato più che fuggire.

Non è impossibile però. Possiamo allenare il permesso di andarsene: “Se senti disagio, anche se nessuno fa nulla, puoi andartene”. Possiamo rinforzare l’ascolto del corpo: “Se qualcosa stringe, brucia, confonde… è già un segnale”. Possiamo smettere di deridere il freeze e iniziare a spiegarlo, perché comprendere riduce il blocco. Possiamo parlare di scenari concreti, non solo di regole generiche.

Il problema non è il telefono. È l’allarme interno che non suona in tempo. E il fuoco non aspetta che tu capisca. Quando qualcosa brucia, non è il momento di osservare. È il momento di sparire.

Anche per questo ho scelto di lavorare come psicologa mettendo al centro i giovani. Dietro comportamenti che giudichiamo in fretta ci sono cervelli che fanno del loro meglio in un mondo che corre più veloce di loro. Sono verità scomode, ma da queste possiamo partire se vogliamo davvero aiutarli”.

Dott.ssa Nunzia Genovese Psicologa – Grafologa Forense