La Gela antica aveva un porto a Molino a vento

a nord dell’acropoli di Molino a Vento, precisamente nelle contrade denominate S. Francesco e Conca
07/06/2026
07/06/2026
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Se ne parla da decenni e se ne parlerà ancora domani in Consiglio comunale,  per partorire l’ennesimo documento consiliare che non porta a nulla, visto che la politica non ha ancora vinto la battaglia sul porto.

All’indifferenza della politica sull’esigenza di avere un porto a Gela, noi rispondiamo con la storia e con la ricerca che eminenti archeologi hanno portato avanti cercando di individuare, attraverso lunghe ed accurate ricerche scientifiche, l’area in cui insisteva l’antico porto di Gela. Del resto, la storia parla chiaro: se l’importante città della Sicilia greca era protagonista di traffici commerciali nel Mediterraneo, di cui sono affiorate dal mare le antiche vestigia oggi in mostra al Museo dei Relitti greci, va da sé che per accogliere le imbarcazioni un’infrastruttura doveva esserci. Di contro, a distanza di 2500 anni il porto viene negato. Negato sì, perché è stato realizzato deforme 50 anni fa ma mai corretto, mentre in tutta la Sicilia proliferano porti ex novo.

Per dimostrare la presenza del porto di Gela nella storia abbiamo preso in prestito una recente pubblicazione negli Atti della XVII Rassegna di archeologia subacquea di Naxos (un volume del 2024 a cura di Gabriella Tigano, Valeria Li Vigni e Maria Grazia Vanaria), vale a dire un articolo scientifico frutto della collaborazione di un gruppo di docenti universitari appartenenti a diversi Atenei italiani (Messina, Molise, Napoli) ed esteri (Malta) e a varii settori disciplinari (archeologia, geologia, geofisica): Grazia Spagnolo, Vincenzo Amato, Sebastiano D’Amico, Emanuele Colica, Luciano Galone e Antonella Santostefano, che hanno indagato la possibilità di localizzare il porto greco a nord dell’acropoli di Molino a Vento, precisamente nelle contrade denominate S. Francesco e Conca.

Si riportano qui alcuni passi salienti della pubblicazione in cui vengono esplicitate le premesse che hanno indotto gli studiosi ad avviare la campagna di ricerche:

«È facile immaginare che Gela, importante colonia rodio-cretese sulla costa meridionale della Sicilia, fosse dotata di un bacino portuale commisurato alle esigenze di una polis di prim’ordine quale essa indubbiamente era nel panorama delle città del Mediterraneo antico. Ciò vale in particolare misura per il periodo arcaico e protoclassico, quello cioè che segnò il momento di massimo splendore del centro, a seguito dell’ascesa di potenti famiglie dell’aristocrazia terriera e dell’affermarsi, tra la fine del VI e l’inizio del V sec. a.C., della tirannide, espressione della suddetta aristocrazia, cioè del ghenos di Cleandro e Ippocrate prima e di quello dei Dinomenidi poi. Come attestano le fonti antiche, il territorio era ricco di risorse e la vasta pianura alluvionale alle spalle della città produceva principalmente cereali, che erano destinati anche all’esportazione ad ampio raggio. Ma l’importanza di Gela nella rete degli scambi commerciali transmarini si evince ancora di più dalla documentazione archeologica: basti pensare ai materiali di età arcaica e classica importati da tutto il Mediterraneo che sono stati rinvenuti negli scavi (tra questi, ceramica fine di pregio, anfore da trasporto contenenti i vini più ricercati dell’epoca, ecc.). È molto verosimile che la polis disponesse di uno o più approdi in grado di accogliere le imbarcazioni… […]

[…] Nel periodo arcaico e classico il centro urbano era ubicato nel settore orientale di una collina di forma allungata, parallela al mare, occupandone il pianoro sommitale ed i relativi versanti. In età ellenistica, invece, l’insediamento si trasferì in massima parte nel settore occidentale della stessa altura, cioè in località Capo Soprano, dove prima si estendeva la necropoli. Purtroppo, le fonti antiche non fanno alcun cenno diretto al porto, ma tra gli studiosi è da sempre invalsa l’opinione che in età arcaica e classica esso si localizzasse alla foce del Fiume Gela, ad est della collina, e che, di conseguenza, il quartiere abitativo messo in luce in località Bosco Littorio fosse un emporion, proprio in quanto vicino alla suddetta foce. [….]

[….] In età antica, ma anche in quella post-antica, il Fiume Gela doveva avere una portata ben maggiore dell’attuale e, almeno fino al Cinquecento, consentiva alle piccole imbarcazioni di rifornirsi d’acqua nel suo tratto terminale. Tuttavia, con ogni probabilità, la foce non si prestava, a nostro parere, ad essere un buon ricovero per le navi, perché sempre soggetta ad insabbiamento, e l’intero tratto di costa doveva apparire, proprio come oggi, uniforme e privo di insenature. [….]

[….] D’altro canto, il territorio intorno alla città era sicuramente molto più ricco d’acqua dell’attuale e, in particolare, era caratterizzato dalla presenza di laghetti, paludi e acquitrini, come testimoniano alcune fonti antiche. Tra queste, la più antica ed esplicita è Plinio il Vecchio (I sec. d.C.), che menziona un lago salato a ridosso della città di Gela; ma ricordiamo anche un passo del Paradoxographus Florentinus (fine I-II sec. d.C.), che localizza nell’area una palude chiamata Silla. Più incerta sembra invece l’assegnazione al territorio di Gela dello stagnum Gelonium ricordato da Solino, in quanto la denominazione, da riferire probabilmente a Gelone, non esclude, a nostro avviso, altre aree geografiche connesse con le imprese del tiranno. Ma l’esistenza di acquitrini e specchi d’acqua è ben documentata a Gela pure in età medievale e post-medievale, sia nei documenti d’archivio che nella cartografia storica: intorno alla città si estendevano infatti vaste zone umide – oggi asciutte, tranne che in occasione di particolari eventi alluvionali –, come quella denominata Margi (toponimo che significa appunto acquitrino), a nord, e quella di Catarrosone/Piana del Signore, ad est; mentre assai più ad Oriente si trovava una salina, poi trasformata in un lago di acqua dolce, noto come Biviere. Infine, come testimoniano alcune fonti d’archivio e carte del Sei-Settecento, nonché soprattutto un passo di Vito Amico, un “fiumicello”, molto verosimilmente affluente del Gela, scorreva in senso ovest-est costeggiando a nord la collina della città, dove ancora oggi si osserva [….] una fascia depressa in cui all’inizio del secolo scorso venne realizzato un canale di bonifica, detto Canale Margi. Considerato quanto detto fin qui, abbiamo dunque valutato l’ipotesi che in età arcaica e classica il porto dell’insediamento greco, piuttosto che sul litorale, fosse ubicato in uno specchio d’acqua interno, analogamente a quanto documentato di frequente nel mondo antico e, in particolare, nella stessa costa meridionale della Sicilia, in due importanti poleis non distanti da Gela: Camarina, ad est, e Selinunte, ad ovest.

A questo punto, osservando alcune foto aeree storiche – soprattutto il volo del 1931 dell’Aeronautica Militare e quello del 1954 della società EIRA – abbiamo notato una sorta di depressione di forma pressappoco tondeggiante a nord-est della collina, in un’area denominata in parte contrada S. Francesco e soprattutto, nella cartografia più vecchia, con il significativo toponimo di Conca, dove peraltro il sopra menzionato Canale Margi confluiva nel Fiume Gela.»

Sulla base di quanto esposto nella premessa fin qui riportata, gli studiosi hanno deciso quindi di indagare l’area di S. Francesco/Conca tramite carotaggi in profondità, che sono stati effettuati con grande disponibilità e spirito di collaborazione dalla ditta gelese Icaro Ecology di Gianfranco Caccamo. Successivamente, dalle carote di terreno sono stati prelevati numerosi campioni che sono stati sottoposti a dettagliate analisi sedimentologiche e paleoambientali nei laboratori dell’Università del Molise e dell’Università “Federico II” di Napoli, nonché a costose e sofisticate analisi al radiocarbonio, eseguite da un laboratorio estero specializzato, grazie al contributo economico generosamente offerto dall’EniMed di Gela. I risultati di tutte le analisi hanno avuto esiti molto positivi e perfettamente coerenti tra loro, indicando che nell’area in questione esisteva un’insenatura marina sia in età preistorica che in età greca.

A questo punto, il prosieguo delle indagini avrà come obiettivo stabilire con prove scientifiche se tale insenatura marina sia stata effettivamente utilizzata come bacino portuale della città greca.

Il progetto di ricerca è un esempio positivo di proficua collaborazione tra studiosi appartenenti a vari ambiti di studio, sia umanistici che scientifici, e importanti componenti del tessuto imprenditoriale e industriale della città moderna.

 

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