Quest’anno ho trovato un cimitero diverso.
Siamo abituati a criticare, ma ogni tanto bisogna anche riconoscere quando le cose migliorano. Farello mi è parso più ordinato, più curato, quasi in silenziosa attesa dei suoi visitatori. I vialetti puliti e il profumo dei fiori freschi hanno accolto, come ogni novembre, famiglie e ricordi.
Tra i cipressi e le tombe lucidate, proprio davanti al cancello, è comparso il camioncino delle granite: un classico di questi giorni, come gli “sfincioni con lo zucchero ” assenti stavolta, ma vivi nella memoria di chi, da bambino, li gustava dopo la visita ai defunti.
La granita, servita a ridosso dei lumini e delle preghiere, è sembrata un piccolo segno di continuità: la vita che continua, discreta e silenziosa, anche tra le croci.
In questi giorni, con l’ora legale che anticipa il buio, il giro al cimitero sembra ogni anno un po’ più lungo: una tomba in più, un volto in meno, ma lo stesso rito che consola e unisce.
E allora ci chiediamo: com’è morire in questi giorni?
Forse un po’ più dolce.
Quando i vivi tornano a parlarti, a pulire il tuo nome, a portarti un fiore, la morte non è più solitudine, ma ritorno.
Tra un sorso di granita e un ricordo condiviso, il camposanto di Farello ricorda a tutti che finché la vita trova spazio anche tra le tombe, la memoria non muore mai.
