Una casa senza più voce da anni e un sottotetto vuoto e polveroso. O almeno così sembrava. Perché quando i lavori di ristrutturazione sono iniziati, qualcosa ha fermato scalpelli e martelli: tra le travi del vecchio sottotetto, come in una capsula del tempo, sono tornati alla luce ricordi, oggetti, frammenti di vita appartenuti a chi quella casa l’aveva abitata molto prima. E quella casa ora parla. È come se avesse aspettato che qualcuno la toccasse per svelare i suoi segreti.
Siamo a Gela, nei pressi di una delle piazze del centro storico, tra decine di case abbandonate. Qui una giovane coppia ha acquistato un rudere e nel sottotetto, accatastati, ha trovato decine e decine di pezzi: suppellettili, piccoli utensili quotidiani e della vita del lavoro di un tempo. Ma anche qualche documento, certificati e qualche scatto.
Tra questi, una coppia in abiti nuziali (ve la mostriamo intera) congelata in un istante, sospesa tra gli anni e la polvere. Entrambi con sguardo fiero nel giorno del sì. Chi sono queste persone? Qualcuno le riconosce? In questa immagine seppiata che mostra volti sereni in abiti eleganti, qualcuno, magari, potrebbe ritrovarsi in quegli sguardi. Forse un padre, una madre, i nonni, un nipote, un pronipote. O anche un parente lontano che potrebbe riconoscere un tratto, una somiglianza, anche vaga, un dettaglio che appartenga al proprio sangue.

Tra i ritrovamenti che fissano il tempo intorno 1930, c’è anche un documento di studi, una sorta di diploma ufficiale, firmato dall’allora podestà di Gela Giuseppe Liardi, datato con cura e calligrafia di altri tempi. C’è poi una fotografia di un bambino, riposta dentro un sacchetto insieme a un paio di scarpette di cuoio fatte a mano. Scarpette piccole, preziose, di quelle che pochi potevano permettersi: segno che un tempo evidentemente quella casa era appartenuta a una famiglia benestante.
“Non butterò nulla – dice Salvatore, attuale proprietario -. Questi oggetti non sono miei. Sono storie, ricordi di qualcuno. Vorrei restituirli ai loro eredi, se esistono ancora. Un tempo – riferisce – la casa veniva affittata da una famiglia che abitava poco distante e che aveva un’altra proprietà lì accanto. La verità è che le case non appartengono mai davvero a noi. Passano di mano in mano, generazione dopo generazione e possono conservare dentro le pareti ciò che la nostra memoria tende a dimenticare”.
Questa ristrutturazione allora potrebbe diventare un vero e proprio passaggio di testimone: un ponte invisibile tra chi è stato e chi sarà. E allora, chiunque dovesse riconoscere i volti di questa foto che pubblichiamo, può provare a farsi avanti. Ci sono ricordi che chiedono solo di tornare a casa.
